The Cure – Apart (Monsieur Déjà vu tells no more lies)

by lacapa

«LaCapa, ascoltami: dobbiamo inventarci una storia carina per quando le persone ci chiederanno come ci siamo incontrati…»
«Hai ragione, Monsieur Déjà vu. La verità sui modi e sui non-luoghi è meglio tenerla per noi.»

Dunque, è capitato più o meno unannoequalcosa fa. Io ero seduta in un bar, tavolino ad angolo, caffè con una bustina di zucchero e libro tra le mani. Dovevo andare all’università, ma m’ero fermata un po’ per i fatti miei, ché ogni tanto mi piace farlo.
Lui è entrato poco dopo, con un sacchetto della Mondadori tra le mani, ha preso posto al tavolino accanto al mio e ha ordinato un caffè. Il cameriere, estremamente antipatico, gliel’ha praticamente sbattuto sotto il naso, senza neanche guardarlo in faccia.

«Scusi, potrebbe portarmi lo zucchero?», ha domandato.

Il cameriere l’ha guardato con disprezzo e ha fatto finta di non sentirlo. Io, che seguivo la scena senza neanche troppa discrezione, ho sorriso.

«Se vuoi, a me le bustine le ha portate…»

Lui m’ha ringraziata, s’è alzato, ha preso lo zucchero e ha sbirciato il titolo del libro che avevo tra le mani.
«Alla fine, Tizia va a letto con Caio e, in pratica, è un incesto. Sempronio se ne va e Vercingetorige muore».
«Rivelarmi la fine del libro che sto leggendo è la maniera sbagliata per attaccare bottone, lo sai?»
«Dovresti ringraziarmi, ti ho risparmiato un sacco di fatica. E’ un libro bruttissimo».

E abbiamo cominciato a chiacchierare.
Poi lui ha guardato l’orario, s’è accorto d’essere tremendamente in ritardo a lavoro, m’ha scritto su un foglio di carta il nome della trasmissione radiofonica che stava andando a condurre, ed è scappato.

Entrata in macchina, ho acceso la radio e l’ho cercato tra le stazioni. L’ho trovato, l’ho ascoltato, mi sono divertita. Quando sono tornata a casa, gli ho scritto all’indirizzo e-mail della trasmissione, complimentandomi per il programma.

Ecco, facciamo che è stato così che ci siamo conosciuti, che non è neanche troppo falso perché alcune verità, in queste poche righe, ci sono.

Monsieur Déjà vu, a quei tempi, era fidanzato con il Canedacaccia e, quando mi guardava, lo pensava che fossi carina, e pure che fossi simpatica, però si manteneva ad una certa distanza, perché gli piaceva fingere di non essere uno che tradisce. Si scherzava, da buoni conoscenti, si andava a bere una birra insieme, ogni tanto, si rideva.
Una sera, ci siamo ritrovati in chat, nervosi entrambi.

«Come va?», mi ha domandato.
«Non è il momento», ho risposto.
«Bene».

Monsieur Déjà vu mi ha telefonato.

«Il Canedacaccia mi ha lasciato».
«Ho appena rotto col Batteristalcolizzato».

Siamo scoppiati in una fragorosa risata, non perché ci fosse qualcosa da ridere, bensì perché la situazione era, per usare un aggettivo che a lui piace tanto, grottesca. Ci siamo raccontati le reciproche chiusure, ci siamo vicendevolmente presi in giro, quindi ci siamo salutati.

«Adesso che farai?»
«Intanto, vado a distruggermi d’alcol. E tu?»
«Vado a fare lo stesso».

Sono passate un paio di settimane, poi abbiamo organizzato una serata insieme.

Lui e i suoi due più cari amici, io e le Dears. All’Ostello. Io non conoscevo i due tipi, le Dears non conoscevano proprio nessuno. E’ stata una serata terribile.
Non ricordo che ora fosse, ma Dearfriend Ballerina e Miamiglioreamica erano fuggite da un pezzo, lasciando DearLowe e Dearfriend Porno a consolarsi con un mazzo di carte, mentre prendevano piede discussioni sulla pioggia e le temperature. Facaldomal’annoscorsonefacevadipiù.
Quando abbiamo deciso di andare altrove, lui ha lanciato ai suoi amici le chiavi della sua macchina, e mi ha seguita verso Vanda.
Arrivati alla mia auto, lui mi ha spinta contro la portiera, mi ha baciata, e io ho esclamato: «Oddio, no!»
No, perché mi piaceva. No, perché era un errore. No, perché era tutto un déjà vu.

Già visto: un uomo confuso che non vuole farmi soffrire e non ne vuole sapere d’impegnarsi, l’assenza di prospettive, il “non aspettarti niente”, poi “io prendevo la patente e tu facevi la quinta elementare”. Uno che presta libri, che suggerisce canzoni, che fa l’adolescente con me al telefono, fino alle due e mezza del mattino, poi mi prende in giro, mi dice che ha sbagliato amica, perché Dearfriend Ballerina è più attraente di me, e io faccio finta di arrabbiarmi però sorrido e lui “tanto lo sai che ho occhi solo per te”.
Uno che vive in un mondo lontano anni luce dal mio, uno che non avrei mai rischiato d’incontrare se le nostre vite non andassero avanti un po’ come l’astronave di Douglas Adams, a propulsione d’improbabilità, uno che s’è scocciato di fare finta e vuole essere sincero, che sostiene che le parole non abbiano granché senso, perché sono le azioni che contano, “e quindi, LaCapa, quello che dovresti valutare non è il fatto che alle sei del mattino ti scrivo una battuta stupida, ma che alle sei del mattino penso a scriverti qualcosa”.
Monsieur Déjà vu il giorno del mio compleanno mi ha trascinata in un bel posto e mi ha dato un regalo, convinto che fosse troppo scontato, invece nessuno ci aveva pensato ad un taccuino su cui scrivere… Compivo vent’anni ed era la prima volta che qualcuno mi diceva “auguri, LaCapa” e poi mi baciava.
A Monsieur Déjà vu ho telefonato quella notte, ubriaca fradicia durante i festeggiamenti per Artista Insoddisfatto, ché era pure il suo compleanno e quando ci sono di mezzo lui, Asparagio e Uomo Riccio è certo che non si rimanga lucidi troppo a lungo. Dicevo, gli ho telefonato, non so bene cosa gli ho detto e lui un po’ s’è divertito e un po’ no, ma l’indomani non avevo alcuna voglia di sentirlo.
Ho pensato che “ecco, ho sbagliato un’altra volta” e mi sono chiesta dove sia finita quella persona che di errori non ne faceva troppi, in fondo. Poi ho capito che perfino le cazzate hanno i loro lati positivi: se non c’è di peggio, si può solo andare a migliorare. E poi fanno ridere.
Sì, perché pare io gli abbia detto: «Senti, io non sono innamorata di te. Ma quando tu capisci che mi sto innamorando, dimmi che intenzioni hai, così mi organizzo». E per affermare una cosa del genere bisogna proprio essere in un meraviglioso stato d’incoscienza etilica.

Monsieur Déjà vu mi ha fatto un discorso, una sera. Eravamo stati al cinema, a vedere “Up” che è un bel film e qualcuno ha detto che sa essere pure commovente, solo che io non mi commuovo, quindi non lo so mica. Insomma, eravamo stati al cinema e lui aveva avuto una bruttissima giornata. Pure la mia non era stata proprio facile facile, a dirla tutta. E mi ha fatto un discorso.
Mentre parlava, io vedevo quella stessa scena, quelle stesse parole e un’altra faccia al posto della sua. Le pause negli stessi momenti, la stessa difficoltà nell’esprimere alcuni concetti, la stessa spiazzante sincerità o convincente presa in giro.
Ero lì, dentro al replay, e desideravo con tutto il cuore essere altrove. Desideravo non avere soltanto vent’anni, non essere ancora una volta troppo piccola, desideravo essere arrivata al momento giusto o almeno in uno sbagliato soltanto a metà.
Le Dears mi avrebbero detto che, in fondo, me le cerco. Coi ventenni le cose sanno essere più facili.
 
Ma le cose facili sono noiose e, probabilmente, non sono fatte per me. Le cose complicate, invece, riescono a sorprendermi.

Come il discorso che mi ha fatto Monsieur Déjà vu. Per la sua conclusione, più che altro. Mi aspettavo un finale fotocopia e me ne sono trovata davanti uno diverso.
Quasi quasi, migliore. Ma questo facciamo che l’ho detto sottovoce.