Se si smagliano le calze ci sarà un perché

by lacapa

Mi si sono smagliate le calze e ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

Ero all’Università e fingevo di darmi un tono, fingevo di studiare, di essere una ragazza per bene che nella vita fa qualcosa. Ero là e avevo il computer acceso, per leggere le e-mail, ché sennò si accumulano e il coraggio di smistarle io non ce l’ho. E’ arrivato Scrittore Silenzioso, fresco fresco d’America, e abbiamo scambiato due parole. Poi abbiamo saputo cos’era successo e siamo corsi fuori, sotto la pioggia, con la strada bagnata, e io adesso, per la fretta e l’asfalto scivoloso, c’ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

C’è quella cosa che chiamano Onda, che è un movimento studentesco di cui s’è sentito, qua e là. Insomma, quest’Onda ribatte e sbatte contro i portoni, urla, li spalanca e poi occupa gli edifici. Se occupa il Rettorato è una cosa importante, almeno per il giornale degli universitari che segue la cosa, perché se è giornale degli universitari è giusto che parli di quello che agli universitari interessa sapere. Tipo che la rediviva Onda ha occupato il Rettorato all’improvviso, e nessuno se l’aspettava.

Il giornale degli universitari ha redattori universitari, tipo la sottoscritta, Scrittore Silenzioso e l’Agnello Sacrificale. Ce ne sono pure altri, ma noi avevamo da fare insieme, quel giorno. Era il compleanno di Agnello Sacrificale, ma lo faranno santo, prima o poi, perché s’era preso lo stesso del lavoro da svolgere e mica s’era lamentato, lui. Insomma, io avevo un vestito nero e le calze, perché sennò non mi facevano entrare nel posto dove c’era il lavoro di cui sopra da sbrigare, e col vestito nero e le calze -smagliate- sono finita in mezzo ad alcune gocce dell’Onda, che mi guardavano un po’ infastidite, e mica c’avevano voglia di spiegarmi che avevano fatto e perché.
Non solo m’ero smagliata le calze, in più dovevo sentirli sbuffare prima di dirmi che gli passava per la testa. Non avessi avuto il ginocchio ammaccato, li avrei presi a calci tutti. Pure con la gonna. Le signore, del resto, si riconoscono dai dettagli: se pestano a sangue qualcuno, pur avendo la gonna, senza mostrare le mutandine nell’atto di dare calci rotanti che neanche Chuck Norris, tipo.

Scrittore Silenzioso rideva, Agnello Sacrificale tardava ad arrivare e io bestemmiavo, la femminilità fatta aspirante giornalista con una sigaretta in bocca.

In quindici minuti avevamo finito di scrivere la roba dell’occupazione e mica potevamo riprendere fiato, perché c’era da sentir parlare politici e ingegneri dalle parti del sindaco, c’era da ascoltarli declamare provvedimenti anticrisi e tessere le lodi di decreti nuovi di zecca. Giusto per dare materiale fresco -come il pesce al porto- a Report, ché la Gabanelli ormai su Catania ci campa e fa pure bene.
Il sindaco s’aggiustava la cravatta e io, in terza fila, col computer portatile riferivo di risse ed occupanti confusi, arrabbiati e, già che ci sono, disgraziatamente arroganti.

Mica non avevo nient’altro a cui pensare, però. Ci sono giornate in cui le cose insensate si concentrano nel giro di poche ore e uno vorrebbe tanto fermare il tempo, dire "aspettate, datemi almeno il tempo di cambiarmi le calze, ché queste si sono smagliate", però deve correre da un’altra parte ancora, in mezzo a ministri e gente per bene, si fa per dire. In mezzo a cappotti pesanti, tacchi con la suola rossa, cravatte di seta finissima e acconciature ideate per l’occasione. In mezzo a labbra rifatte e nasi incipriati, a scarpe di pelle fatte su misura e toghe resuscitate dagli armadi impolverati.
E uno deve proprio starci, là dentro, nonostante abbia un po’ la nausea a sentire certi discorsi e nonostante non sia visto proprio di buon occhio, perché il vestito è più sportivo della media, e in quelle calze c’è un buco.

Però, poi, è bello sapere che lo fai per una ragione. Una valida ragione.

Non prendi un centesimo, non hai il tempo di respirare e qualcuno si permette di guardarti dall’alto in basso, eppure lo scopo c’è. Imparare a raccontare.

E non si dica che mi accontento di poco.