Mi vogliono al posto di Vanessa Incontrada

by lacapa

L’università è una specie di scarico del gabinetto, nel senso che risucchia tutto, pure le energie.
Sostenere esami, mica tanti, è una fatica che avvince, che lascia con la testa un po’ sospesa tra il fatto e il da farsi, che congela la forza di volontà.

Le performance universitarie della sottoscritta, poi, sono indubbiamente sopra la media. Non certo per la valutazione (la mediocrità, in tal senso, è una fanghiglia nella quale crogiolarsi con immenso gusto), ma per la mia provata abilità nel tirarmi fuori, con una battuta o una risposta ironica, dalle situazioni in cui la mia imbarazzante ignoranza potrebbe rendersi evidente.

Quando ho fatto Letteratura Italiana ho domandato alla giovane assistente cui sono toccata in sorte se avesse voglia di vedermi mimare il salto di Giovanni Grasso, attore non troppo gradito a Luigi Pirandello che fu protagonista di una delle prime opere del celebre drammaturgo.
L’assistente mi guardò allibita, sorrise e dichiarò concluso il nostro esame. Avevo preso trenta.

In un’altra occasione, impegnata a discutere di cinema con un critico che seguiva un corso straordinario, non sapevo più su quali specchi arrampicarmi. Avevo dato fondo a tutte le mie conoscenze specifiche e stavo per inventare trame di film non ancora girati. Lui, prima che io palesassi il resto della mia impreparazione, mi interruppe: «Che sa dirmi del regista Antonio Pietrangeli?».
Assolutamente niente, avrei risposto, ma non potevo. Per genialità incompresa o per puro spirito di sopravvivenza, la mia memoria fece uno sforzo immediato: ricordò di quella volta, a lezione, in cui il critico aveva detto, per inciso, che Pietrangeli non era un regista, ma un genio della poesia.
«Bè, professore, Pietrangeli non è un regista», ammiccai. «Pietrangeli è un poeta!»

Le labbra del docente si allargarono, mostrarono i denti, disegnarono sul suo viso una smorfia di pura felicità. Il mio esame terminò lì: ottenni il massimo.

Questa mattina ero tremendamente nervosa. Sapevo di non essere preparata come avrei voluto, di non aver studiato abbastanza, di non essere lucida per via delle notti insonni (ragioni trascendenti, mica lo studio), e poco concentrata per i tanti pensieri.
Il professore in questione è un uomo affascinante e colto, di sinistra e ironico, gioviale e umano. E’, sicuramente, uno dei migliori che io abbia mai incontrato lungo la mia strada. Mi dispiaceva, in fondo, rischiare una figuraccia con colui che, senza saperlo, ha pure un cameo nel racconto col quale ho vinto il concorso di qualche mese fa.

Insomma, quando mi hanno chiamata per invitarmi a dar fondo alla mia cultura sulla Filologia Romanza, ho pensato di scappare lontano e non farmi più vedere da quelle parti. Invece, ho deglutito e ho affrontato il mio destino, col piglio di una martire.

Stavolta, si sarebbero occupati di me un paio di giovani ed aitanti assistenti. Cercando di non mostrarmi troppo civettuola col più carino dei due, ammassavo parole, una dietro l’altra, ringraziando i miei poveri neuroni per la buona memoria che mi hanno concesso.
Il professore, che esaminava una mia collega nella scrivania accanto, s’è distratto e ha iniziato a seguire i miei discorsi. Ha voluto vedere il mio libretto, compiacendosi della quantità di materie e complimentandosi per la dialettica con la quale affrontavo l’esposizione del libro che lui aveva dato da studiare. Finito con l’altra ragazza, il professore è intervenuto ancora, questa volta raccontando un aneddoto sui suoi studi.

«Una volta ho analizzato le 1600 occorrenze della parola "come" nella poesia della Scuola Siciliana. Solo per comprendere in quante forme potesse esprimersi la proposizione casuale… »

Io non sono una studentessa modello, non sono una che tace e annuisce. Spesso, sono fuori luogo.
Non sono riuscita a trattenermi.

«Beddu sbaddu», ho commentato sarcastica, in dialetto. Significa, come avrete intuito, "gran bel divertimento".

Gelo.

"Ecco", ho pensato. "Mi sono giocata l’esame. Mannaggia a me e alla mia lingua!"

Il professore è rimasto un attimo in silenzio, poi ha riso di gusto.

«Dialettofona? Mi piace!»

Cinque minuti dopo, stringevo tra le mani un libretto firmato e avevo ancora in testa i complimenti del grand’uomo: trenta.

Io non sono solo due braccia rubate all’agricoltura, sono anche, e soprattutto, una comica rubata a Zelig.