Questo è un post transoceanico (come il Titanic)

by lacapa

Così se ne va. Sale su un aereo, si fa un numero che non saprei precisare di ore di volo (tipo che parte un giorno e arriva due giorni dopo, ma non ne sono troppo sicura), e atterra in un altro continente, inseguendo un sogno americano a termine -pubblicazione di un romanzo e ritorno.

Sorrido, immaginandolo piccolo e solo al confronto con quei grandi grattacieli che non si capisce dove finiscono. Avrà la borsa del computer sotto un braccio e un borsone a tracolla, con dentro libri e vestiti, vestiti e libri, perché le cose essenziali è meglio metterle tutte assieme, dove si possono tenere d’occhio facilmente.

Quanto pensavo di stargli antipatica, al caro Scrittore Silenzioso!

Una volta, proprio all’inizio della nostra conoscenza, gli passai accanto, all’Università, e lui si voltò dall’altra parte, senza salutarmi. Credevo mi odiasse.

Lui, così taciturno e riflessivo, avrebbe avuto ragione a non sopportare la mia ingombrante e rumorosa presenza, fatta di risate sguaiate e di battute non sempre gradite.

Lavorare insieme, si sa, avvicina: prima è stato un gioco ironico sulle regole della seduzione, poi una seriosa conferenza sul neofascismo, poco dopo un corteo unì la comune anima no-global, infine ci furono un concerto ed un abbraccio più stretto, mentre i Modena City Ramblers cantavano “Ebano” e io avevo gli occhi un po’ lustri. Fortuna che, in mezzo alla gente, non si vedevano.

E’ stato così che ho imparato a conoscere lo Scrittore Silenzioso, e che lui ha imparato a conoscere me, pure in quei momenti in cui non rido, o in cui le battute sgradite proprio non mi vengono.

Discutevamo di libri, e musica, e sogni, e io non mi accorgevo di sguardi e sorrisi, sussurri e sospiri.

Troppo distratta ed egocentrica per pensare al resto, a tutto il resto, io.

“Se le cose non te le sbattono in faccia, tu non le vedi, vero?”, mi ha domandato una sera, in macchina, riaccompagnandomi a casa. Io guardavo fuori dal finestrino e mi sono voltata un attimo, in direzione del suo profilo attento alla strada. Gli ho risposto, candidamente: “No”.

Eravamo seduti su una panchina in centro, il 21 maggio, quando lui mi ha sbattuto qualcosa in faccia. L’ha chiamato ‘amore’.

“Non l’ho deciso io, è capitato: mi sono innamorato di te… Ed è bello. E’ una strana voglia di starti accanto, di abbracciarti, di ascoltarti, di vederti sorridere, di baciarti, di provare a renderti felice”, e mentre diceva queste parole acquisiva sicurezza, mi fissava negli occhi ed era uno sguardo che io non reggevo.

“Perché?”. Sì, l’ho fatto: gli ho chiesto perché m’amasse. Sconvolgente la tesi secondo la quale lui mi amava. E mi amava nel momento sbagliato, ché soltanto a sentirlo nominare, quel sentimento, fuggivo lontano, col terrore negli occhi e, soprattutto, nel cuore.

“Vedi, Scrittore Silenzioso, io non posso essere amata. Partiamo dal fatto che ho i denti storti e i capelli ricci, fumo, bevo, sono delicata come uno scaricatore di porto, bestemmio, sono un’ignorante, sono stupida, sono antipatica. Non mi depilo le gambe: se ti mostrassi i miei polpacci adesso, troveresti Gattuso più attraente. Poi, parliamoci chiaramente, ascolto i Negramaro! Perché ti sei innamorato di me? Sono una persona pessima, te lo giuro.”

Con la storia della ceretta e di Gattuso, temo di aver toccato il fondo. E lui sorrideva.

“Per i Negramaro: nessuno è perfetto”, ha affermato.

Un paio di giorni dopo, ha aggiunto: “LaCapa, lo sai che sono la persona migliore che poteva capitarti, vero?”

Lo sapevo. E lo so anche adesso, che lo vedo partire con lo sguardo sognante ed impaurito, pronto a divorare hot dog, indie-rock agli angoli delle strade (l’America me la immagino con gli indie-rockers agli angoli delle strade), libri in lingua originale, spiagge, spazi immensi e vertigini che disorientano, come quelle causate da certe giostre al Luna Park.

Buon viaggio, Scrittore Silenzioso.

Non tornare con l’aria da americano saccente, non dimenticare la tua anima no-global e portami almeno un paio di confezioni di ciambelle glassate, come quelle di Homer Simpson.

Ma più di tutto, tieni ben stretto il tuo biglietto di ritorno a casa. Sarebbe proprio triste, se lo perdessi.