Un Nobel alla mia tac

by lacapa

Io, questi ultimi dodici mesi non li ho mica capiti. Cioè no, non è vero, li ho capiti benissimo ma sono stati talmente, come dire?, pieni, che ancora non sono riuscita a metabolizzarli. Come un hamburger Mc Donald’s andato a male.

Così mi ritrovo sveglia quasi ogni notte, con mille immagini che mi girano per la mente, la voglia di scrivere un’altra storia e la sensazione che non ci riuscirò.

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos’ho nella testa, sì, perché pare che qualcosa di strano debba esserci là dentro, visto che svengo senza ragioni apparenti e l’ultima volta m’è capitato su Vanda, mentre guidavo.
Ho riaperto gli occhi, appena in tempo per vedere il muro fuori dalla strada, frenare e appoggiarci contro il paraurti, senza un contraccolpo troppo forte.

Ho fatto tutti gli esami del mondo: hanno controllato il mio battito cardiaco e verificato che era normale; mi hanno attaccato tanti fili tra i capelli, hanno giocato rincretinendomi con delle luci che mi hanno sparato in faccia, e si sono accorti che pure il mio elettroencefalogramma è normale; mi hanno fatto i test delle droghe, e sono giunti alla ragionevole conclusione che non faccio uso di sostanze stupefacenti. Madre era incredula.

Ho perso il conto di tutti i campioni di sangue che mi hanno prelevato, a me che odio i dottori e ho paura degli ospedali [atavico terrore, superato soltanto da quello per le blatte e i funerali -con cimiteri annessi].

Prima di farmi la tac, m’hanno iniettato una cosa come un litro di liquido di contrasto e mi hanno detto: «Chiudi gli occhi. L’esame durerà un quarto d’ora o poco più. Tieni gli occhi chiusi. Avrai caldo ma non potrai muoverti. E dovrai stare con gli occhi chiusi. Se sentirai il respiro affannato cerca solo di tranquillizzarti, è un po’ di normale claustrofobia. Soprattutto, ricordati che gli occhi devono stare chiusi». Quello che non mi hanno detto è che avrei passato l’intera giornata facendo la pipì ogni cinque minuti, per eliminare quel cazzo di liquido di contrasto.

«Se non altro», mi dicevo «dopo che questa storia sarà finita, non vedrò un dottore per almeno dieci anni».

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos’ho nella testa. Potessero spiegarmi anche i pensieri, non ci sputerei su.
Glielo chiederei volentieri, al medico, di interpretare un po’ di frasi sconnesse che continuo a scrivere qua e là, senza sapere quale sia la loro legittima destinazione.
Il medico dovrebbe rispondere ad un certo quantitativo di quesiti irrisolti, dovrebbe trovare il modo per chiarire dubbi incomprensibili e chinare la testa ad ogni mio "ho fatto la cosa giusta, vero che ho fatto la cosa giusta? Sì?".
Se ci riuscisse, poi, il premio Nobel non glielo leverebbe nessuno.