Una lettera a caso

by lacapa

Facciamo che la lettera in questione sia la “b”, e facciamo che ci sia qualche ragione in particolare, però non diciamo subito quale.

B sta per bacio: «Devo chiedertelo un bacio?», ho detto una volta a Batteristalcolizzato, e lui ha sgranato gli occhi, sorpreso. Non se l’aspettava, perché noi non stiamo assieme e certe richieste, in determinati contesti, le fai al tuo ragazzo e non a quello che, cinque mesi fa, chiamavi “palliativo”.

«Vedi Batteristalcolizzato», ho risposto al suo rifiuto «ne avevo bisogno, solo questo…»

Sì, perché mi capita, ogni tanto, un bisogno o una voglia, e odio doverla esternare e spiegare. Vorrei soltanto che la si capisca e la si soddisfi.

Batteristalcolizzato era un bisogno e una voglia. Entrambi.

Era il bisogno di guardare oltre, dopo il Parolaio, di sentire che ciò che lui stava lasciando era quello che altri volevano, di avere occhi e mani nuove addosso, capaci di darmi emozioni diverse e di farmi scordare in fretta il passato.

Era la voglia di farmi male, di essere superficiale ed insensibile, di non pensare: Batteristalcolizzato avevo dato per scontato che mi usasse e basta, che gli servissi per placare la noia, per essere un piacevole diversivo. Mi andava bene, perché credevo di non poter essere nient’altro, per nessun altro.

Batteristalcolizzato sarebbe durato un paio di settimane, forse meno, poi mi sarei stancata e lui avrebbe dimenticato il fascino della novità, ci saremmo salutati e amici come prima. Una in più nella sua collezione, lui uno in più nella mia. Edificante.

B sta per barriere: «Come puoi vivere la tua vita in compartimenti stagni, alzando continuamente delle barriere?», gli ho domandato, mesi dopo. Ero infastidita, quel giorno, per via del fatto che facessimo finta che tra noi non ci fosse nulla, finta di essere semplici conoscenti, finta di non esserci scambiati nemmeno un briciolo di ciò che siamo.

Perché le settimane passano e finisce che ti ricredi, che pensi che c’ha ragione DearLowe quando dice che Batteristalcolizzato “è una cosa giusta”.

Batteristalcolizzato scrive, e lo fa bene, lo fa con rabbia e delusione, e ci mette dentro un po’ d’altre cose che non saprei definire però mi piacciono, e non mi lasciano indifferente.

E’ stato sfortunato, lui, e ha maturato la convinzione che tutto, più o meno, faccia schifo. Non me la sento di dargli torto, ché sarebbe un gioco troppo facile dirgli “ehy, tirati su e guarda che le eccezioni ci sono”, pur sapendo che non è vero, pur pensando che sono d’accordo con lui ma non riesco a darlo a vedere perché sono troppo allegra, troppo ottimista, troppo ipocrita, troppo incoerente o, semplicemente, troppo stupida.

B sta per birra: «Vuoi guadagnare punti? La prossima volta, portami una birra…», ha affermato. Io gliene ho portate quattro, piccole: chissà di quanto ho scalato la classifica.

Batteristalcolizzato s’è ritrovato sotto gli occhi le mie parole su questo blog, e pure altrove. Parlavo di lui, con strafottenza, senza alcun rispetto, convinta che le lettere non ferissero, che non lo ferissero.

Quando ne abbiamo discusso mi sono sentita piccola piccola, immersa nel senso di colpa fino al collo, spaventata dal pensiero di essere diventata quella brutta persona che trattava con sufficienza i sentimenti degli altri, nella quale non mi riconoscevo ma che emergeva da ogni virgola.

«Mi prometti che cambierà?», ha domandato, quando chiunque altro mi avrebbe dato della puttana e mi avrebbe cancellata dalla propria esistenza.

«Promesso», e non gli ho più mentito.

Quando penso al fatto che a Batteristalcolizzato ho mostrato la parte peggiore di me, mi dico che dovrei cercare di rimediare, però non posso, ché sembrerebbe falso, un aspetto di quel giochino di chi si mette ad intrattenere relazioni sociali, scendendo a compromessi. E Batteristalcolizzato questo non lo sopporta: l’idea di scendere a compromessi con la sua morale, dico.

E per questo lo ammiro. Se ne discutiamo cerco di non dargli ragione (non sarebbe da me), però finisce sempre che sospiro, dal momento che vorrei essere come lui, ogni tanto, forte così.

B sta per braccia: «Commenti il culo del Palestrato -nonostante anche il mio non sia male- e non hai mai scritto mezza parola sulle mie braccia!», scherzava lui, pochi giorni fa.

Io non faccio complimenti, ché tante volte i pensieri preferisco tenerli per me.

Eppure non era del tutto vero quello che mi ha detto: le sue braccia le ho citate, una volta.

C’è un momento, se proprio vogliamo dirla tutta, in cui qualche apprezzamento lo esternerei anche.

Nel momento di cui parlo c’è la sua stanza al buio, ad eccezione della luce azzurra del suo pc, ci sono il suo metal di sottofondo e il suo respiro affannato nelle mie orecchie, c’è la sua fronte sudata, coi ricci incollati agli occhi… E c’è il suo braccio teso, con la mano poggiata accanto alla mia spalla, e quella luce azzurra che si riflette sui suoi muscoli sotto sforzo, umidi. Ci sono io che sorrido e prima di socchiudere le palpebre penso che è proprio bello quel riflesso azzurro, che sono belli i suoi capelli schiacciati, che è bello incrociare il suo sguardo prima che mi baci, senza che io glielo chieda.

Batteristalcolizzato non lo sa, ma quello è uno degli attimi che preferisco, assieme a quando mi raggomitolo vicina a lui e mi sento protetta, e a quando torno a casa, mi infilo il pigiama e ho ancora addosso il suo odore.

Batteristalcolizzato non lo sa visto che non glielo dico, un po’ perché non so farlo, un po’ perché rischio che si spaventi e scappi a gambe levate, rischio che lui cominci, sbagliando, a pensare che voglio legarlo, che voglio una definizione, che voglio saluti a fior di labbra tra la gente e mani intrecciate (con conseguenti sussurri dei conoscenti che “ma quindi stanno assieme? E da quando? Ma lei non è quella che…? E lui non stava con…?”). Rischio che la sua paura di star male e di fare del male lo condizionino, rischio che ci rifletta ben bene e si dica “ma che ci sto a fare qua?”, e poi tanti cari saluti. Rischio di finire con l’affermare “io sono diversa”, eppure lo so che sono dannatamente uguale a tutte le altre, lo so che, se anche gli dicessi “non intendo ferirti”, lui annuirebbe ma non mi crederebbe, sebbene io sul serio non intenda ferirlo.

E quindi facciamo che continuo a star bene così, senza farmi domande, né pretendere risposte.

Facciamo che, per quel poco che posso, tento di far sì che stia bene pure lui.

Sto imparando ma, sapete com’è, sono un filino lenta.