Certe notti (insonni)

by lacapa

Ci sono periodi che tutto sembra andare per il verso giusto, e allora ti domandi quanto tempo passerà prima che le cose tornino ad andare veramente male.

Alla premiazione non sono inciampata, non ho letto niente e non m’è venuto un infarto. C’avevo le mani che tremavano e la voce incerta, perché tutti mi guardavano e non mi piace che tutti mi guardino, anche se le Dears applaudono e sorridono e mi danno sicurezza quando ne ho più bisogno.

I complimenti fanno piacere, però, eh. C’è Agata, la mia autostima, che di ‘sti tempi saltella contenta e cammina sculettando, dispensando saluti e sorrisi a destra e a manca, come Berlusconi all’Aquila (e a villa Certosa).

Io, di riflesso, sorrido, eppure non cammino sculettando perché è un’azione che ho sempre ritenuto fuori dalla mia portata. Sorrido, sì, nonostante tutto, anche se nelle ultime tre notti non ho dormito niente niente, visto che avevo troppi pensieri.

La notte prima della premiazione pensavo alla premiazione.

La notte della premiazione, dopo la festa all’Università, pensavo alla festa, al fatto che con Batteristalcolizzato non ne azzecco una, dico sempre la cosa sbagliata e faccio qualcosa di pure peggiore, tipo che lui non c’era e io ho baciato il Parolaio; sì, ero ubriaca, ma Batteristalcolizzato me l’ha detto che non è un’attenuante e io gli avrei detto (ma non l’ho fatto) che se la notte non ho dormito era pure per il senso di colpa, perché io ‘ste cose non le faccio, a prescindere dal fatto che abbiano o no un significato [nella fattispecie, no].

La notte dopo la premiazione, cioè ieri notte, pensavo all’esame di stamattina. Letteratura italiana, quella materia che avevo troppa paura di essere bocciata e l’ho rimandata millemila volte, prima di trovare il coraggio di sedermi su quella sedia e iniziare a raccontare robe incredibili alle assistenti dei professori. Alla fine, sarò rimasta inchiodata a parlare per un’ora e dieci, o giù di lì. Trenta.
Quando ho finito ero pronta ad accartocciarmi su me stessa come un castello di carte da gioco, pensando a quando DearLowe m’ha detto che me ne stanno capitando di tutti i colori. Lo stress lo colleziono come i boccali di birra che vengono dalla Germania.

E stanotte? Stanotte mi sa che non dormo. Quando sono tornata a casa, dopo l’esame, dopo una chiacchierata con Batteristalcolizzato per decidere se sono sincera oppure no (se io fossi Batteristalcolizzato non mi crederei neanche se giurassi su Cane, ma perché come mi sono comportata con lui con nessuno mai –altra dose di senso di colpa), dopo un pranzo rapido e svogliato, dopo tutto questo e qualcos’altro che non ricordo, sono crollata. Mi sono addormentata coi vestiti e le scarpe ancora addosso, e anche gli occhiali da vista sul naso: ho riaperto gli occhi ed erano passate sei ore. DearLowe mi aveva chiamata due volte e Dearfriend Ballerina mi cercava sul cellulare, dandomi per morta, o per dispersa.

Davanti a me, che avevo le palpebre semichiuse ed ero ancora assonnata, c’era una zanzara, arrogante, poggiata sul muro. Mi guardava, ho avuto la nettissima impressione che mi fissasse prendendomi in giro. Poi ho cominciato a sentire prurito. Muovendomi appena, ho contato i bozzi delle punture: tredici.

Non credevo di avere abbastanza pelle per contenere tredici bacarozzi zanzariferi.

L’ho osservata, la zanzara. Ha ricambiato.

«Morirai presto», le ho detto.

Lei s’è alzata in volo e, sbeffeggiandomi, ha iniziato a volteggiarmi attorno alla testa. Il suo ronzio era piuttosto chiaro, la sua risposta banalmente cinematografica: «Potrei dire lo stesso di te».

Abbiamo lottato a lungo. Alla fine, l’ho persa di vista. Stanotte, mi sa che non dormo. Altrimenti domattina mi sveglio gonfia come un tamburo, ché l’insetto malefico è solo l’inizio di quella catastrofe di cui al primo rigo.
Lo so.