The winner was not me

by lacapa

Le premiazioni mi gettano nel panico.

Non ci sono molte ragioni particolari, eccetto il fatto che ho il terrore che la gente non voglia far altro che ridere di me.

L’anno scorso è capitato che dovessi essere premiata per un’altra cosa che avevo scritto, e insomma ho rischiato di farmi linciare perché goffa come sono, una volta salita sul palco, ho avuto la geniale idea di urtare il quadro che aveva vinto lo stesso concorso, per un’altra sezione.

Vi lascio immaginare il mio imbarazzo. E lo sguardo della pittrice vincitrice.

Stanotte ho fatto un sogno, un sogno terribile, e visto che mancano ancora tre giorni alla premiazione non oso pensare a quello che potrei sognare la sera prima.

Nella mia nitidissima visione onirica, c’ero io nell’auditorium dell’Università. Le poltrone, davanti a me, erano tutte occupate. C’erano le Dears, i consorti di Miamiglioreamica e Dearfriend Ballerina, c’era E’solounamico, c’era Cerveza col marito, e Compagno, il fidanzato di Dawning, ma Dawning no (perché sarà a Bologna, quel giorno), c’era la redazione di Step1 al completo, e qualcuno dei cugini acquisiti di Radio Zammù, sempre sorridenti, c’erano Batteristalcolizzato e il Parolaio, Artista Insoddisfatto, Asparagio, e Collega Tofu seduto tra DolceAgnellino e SeMiRilasso, e non chiedetemi perché. C’erano il Bifolco e il Fratello di Dearfriend Porno, però non parlavano e non capisco come mai.

Io stavo sul palchetto, accanto ai volti noti dell’Università. A destra c’era il Rettore, e a sinistra il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, con una cravatta giallo canarino.

Insomma, c’era tutta questa gente e io dovevo leggere un estratto dal mio racconto, e più le guardavo più le lettere diventavano piccole piccole piccole, e io dovevo dire che non ci vedevo, e allora mi accorgevo che mi mancava anche la voce, e allora provavo a muovermi ma ero bloccata e nessuno pareva si rendesse conto del fatto che ero terrorizzata perché stavano tutti lì, coi loro sorrisi stampati, immobili e sembravano i personaggi di “Indovina chi?”. E non riuscivo a scappare.

E loro si aspettavano qualcosa, da me. Si aspettavano una battuta divertente, o che leggessi ispirata, o che facessi un discorso serio ed impegnato. Invece io non ero assolutamente in grado di fare niente.

E li deludevo, uno dopo l’altro.

D’un tratto mi ritrovavo sola, in un auditorium vuoto. Crollavo per terra e piangevo, mentre le lacrime bagnavano i fogli della mia storia, bianchi. Non c’era una sola parola sopra.

 

Non ci vuole Freud per interpretare questo sogno, o sbaglio?