Piacere, mi chiamo Agata

by lacapa

Piacere, mi chiamo Agata e di mestiere faccio l’autostima.
Ho diciannove anni, tanti quanti la mia datrice di lavoro, tale LaCapa.
Non è un lavoro facile, il mio: devo fare i conti coi capelli ricci, i denti storti, la femminilità di uno scaricatore di porto di Liverpool, un nasone, e il fisico da Vasco Rossi in vacanza al mare.
Inoltre, il cervello è quello che è, per non parlare dell’ironia stupida e forzatamente sottile destinata a rimanere incompresa. Aggiungete un certo livello di sfiga e il quadro clinico è completo.
Mi chiamo Agata perché LaCapa sostiene che l’autostima debba avere un nome da santa e, dopo quasi vent’anni di conoscenza, sono giunta alla conclusione che mi manchi solo l’aureola.Io e LaCapa abbiamo convissuto ignorandoci fino ad uno dei primi ricordi della suddetta: avrà avuto più o meno tre anni, ed era accovacciata sulle spalle di Padre, che s’era convinto di farle vincere la paura dell’altezza.«Padre, dai, soffro di lentiggini!», sbraitava LaCapa, mentre io mi facevo gli affari miei altrove.

A quel punto arrivò Sorella, con Annah, l’arroganza, perché le due camminano sempre in coppia.

Sorella: «LaCapa, diomio, ho appena capito che sei stata adottata. Non vedi quanto sei brutta quando ti lamenti? Almeno in confronto a me che sono uno splendore!»

Padre rise, e LaCapa scoppiò in lacrime.

Annah, nel frattempo, era venuta a prendermi a mazzate. Ma mazzate pesanti, mica cazzi.
Sorella, nelle guance rigate di LaCapa scoprì la maniera più facile e veloce per ferire i sentimenti della sua piccola consanguinea.

«Brutta, ti guardi e sai che sei bruttaaa…», le canticchiava in ogni momento.

Nacque Fratello, e io fui chiusa in un ospizio per pazzi. LaCapa cresceva nella ferma convinzione di essere un brutto anatroccolo che mai si sarebbe trasformato in cigno, sicché imparò a convivere col suo status di gabinetto ambulante, per la gioia di Madre che, ignorando i tumulti che s’agitavano nell’animo della figlia, godeva del suo non ribellarsi quando la vestiva come fosse un aborto degli anni Settanta, costringendola altresì a portare i capelli corti e cotonati come i protagonisti di Grease.

Crescendo arrivarono le tette e qualcosa cambiò: LaCapa aveva una terza, mentre Sorella s’era fermata ad una prima scarsa.
Quando LaCapa si sentì dire, per la prima volta, “sei bellissima” quasi si commosse. Il fatto che a dirlo fosse stato uno zio non le importava.

Il mio rapporto con la vostra blogger preferita, a quel punto, era maturo per iniziare: le spiegai che nella vita servono delle idee e dei talenti, le dissi che doveva coltivare le poche qualità che aveva. LaCapa diventava una donnina polemica col sogno di fare la scrittrice, e io sapevo di essere colei che la plasmava.
LaCapa, in più, non aveva l’acne, al contrario di Sorella che dormiva col Topexan sotto il cuscino.

Io e Annah, nei nostri personalissimi campionati, cominciavamo a giocarci gli scudetti ai rigori.

LaCapa vinceva i suoi primi concorsi letterari e Sorella, di cinque anni più grande, le chiedeva di correggerle i compiti a casa; LaCapa scopriva cosa fossero i baci con la lingua e, contemporaneamente, uno dei molti fidanzati di Sorella, dopo quattro anni di relazione, la mollava; LaCapa faceva crescere i capelli e comprava jeans a vita bassa, mentre Sorella si domandava cosa avesse fatto di male per essere nata piatta come una tavola da surf.

Il giorno dopo il suo sedicesimo compleanno, LaCapa incontrò E’solounamico: non erano parenti e lui le diceva che era carina, non le doveva dei soldi eppure le faceva i complimenti per come scriveva e, dopo averle detto che l’amava, non dichiarò d’essere omosessuale.

Lo sentivo, lo gustavo: il sapore della vittoria contro la malefica Annah, che era stata relegata in zona sostituzioni ad osservarmi flirtare con l’arbitro, nell’acmè del mio splendore.

Poi la decadenza: LaCapa scoprì le paturnie adolescenziali e Sorella, forse in astinenza sessuale, infieriva dandole della fallita. Come si fa ad essere delle fallite a diciassette anni?
La fortuna ha voluto che LaCapa si prendesse, nel frattempo, qualche soddisfazione. Eppure io, previdente come solo le autostime sanno essere, percepivo che il baratro s’avvicinava.

Il baratro aveva le sembianze di Originale, bello, intelligente e dannato. LaCapa sospirava, perdutamente innamorata, dicendosi che non era abbastanza per uno così, convincendosi che uno così non l’avrebbe mai più trovato e che, se anche ci fosse riuscita, a scovarlo, la storia di Originale (che non se la filava) si sarebbe ripetuta.

Il baratro tirò giù LaCapa per un anno e mezzo: dimenticare Originale, digerire l’impossibilità di trasferirsi a Roma, sopportare la mancata ammissione all’Università-wow, e farsi una ragione del fatto che MisterCameriere2008 non la volesse hanno atterrito non soltanto l’ideatrice di codesto blog, ma anche la sua autostima, ovvero la scrivente.

In corner mi ha salvata il Parolaio, con i suoi “LaCapa, ti dirò che sei bella finché non avrò superato in numero tutte le volte che Sorella t’ha detto che sei brutta“.
Ebbene sì, lo ammetto: ero messa così male che mi sono fatta salvare la vita da un uomo (d’età è più grande di Sorella) arrogante, con la barba, e senza capelli. L’ho fatto per LaCapa, che credete?
E anche un po’ per Annah… Sapeste che soddisfazione spaccarle i denti con un sinistro ben assestato!

Adesso sto qua, senza nemici e un po’ in pace con me stessa. Sì, okay, Batteristalcolizzato a LaCapa un complimento non gliel’ha mai fatto, ma quella è questione di carattere e finché fa il bravo (cioè non si nega quando lei lo chiama e insiste nonostante lei continui a negarsi quando lui la chiama -e cambia le lenzuola, aggiungerei) non ci sono problemi.

Ogni tanto, però, una scossa futile ci sta.

Ieri sera, ad esempio.

LaCapa, ad una festa-concerto universitaria, ha pensato di controllare il cellulare: tre nuovi messaggi, tre uomini diversi che, in varia maniera, la cercavano. LaCapa, gongolando, è andata a prendere di che dissetarsi con DearLowe e s’è seduta con lei a bere una birra sul prato. Una coppia di baldi giovani ci ha messo trenta secondi per prendere posto accanto a loro e iniziare a chiacchierare. Quando LaCapa e DearLowe li hanno salutati, i due le hanno implorate per avere, se non il numero di cellulare, la promessa che avrebbero accettato la richiesta d’amicizia su Facebook.
LaCapa e DearLowe, allontanandosi, ridevano dei due tipi appena liquidati e una comitiva di fanciulli ha proposto: «Che ne dite se ridiamo tutti insieme?»

LaCapa e DearLowe, pensando che il mondo fosse impazzito, sono andate a ballare. Sotto il palco, due ragazzi le hanno abbordate. LaCapa e DearLowe si sono mostrate cordiali, hanno scroccato una sigaretta ciascuna e, sempre con cordialità, li hanno abbandonati.

Io, in questi casi, dato che di mestiere faccio l’autostima e mi chiamo Agata (piacere!), sorrido e ringrazio. Divertita.