Teoria sull’affezione

by lacapa

C’è una persona che conosco da anni e che tutti chiamano Il Bifolco.
C’è che questa persona, quando la incontro, ha sempre una bottiglia di vino tra le mani e beve.
C’è la sua camicia, perennemente stropicciata e fuori dai jeans strappati.
E c’è il fatto che ieri sera, all’Ostello, mentre MisterCameriere2008 faceva lo splendido -secondo Dearfriend Ballerina-, Il Bifolco mi ha raccontato la sua filosofia di vita, la sua teoria sull’affezione.

Prendi la tua stanza, mi ha detto, e immaginatela così com’è, che credo sia com’è sempre stata.
Un giorno, all’improvviso, mettici dentro una sedia. Non importa che tipo di sedia, può essere anche pieghevole e di legno. Non badare a dove la metti, purché ci sia. Fai conto, però, per comodità di narrazione, di averla lasciata là al centro.
Ogni giorno, per tanti giorni, entri nella tua stanza e guardi la sedia; dopo un po’ non farai più caso al fatto che la sua presenza ingombri parte della tua camera, perché ti sarai abituata.

Dopo qualche tempo arriva uno sconosciuto, oppure un amico, oppure un parente (ma nemmeno questo è importante) che prende la tua sedia e se la porta via.

Era una sedia, una inutile e stupidissima sedia, eppure ti mancherà.

Ci sarà uno spazio vuoto che ti sembrerà immensamente grande e vigliaccamente insensato, senza quella sedia nella tua stanza.

E con le persone è così, uguale identico.

Vedi sempre qualcuno, ci fai due passi assieme, ci scambi quattro chiacchiere, poi otto, poi sedici, poi trentadue, poi sessantaquattro e via dicendo. Fai questa vita il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica non ti riposi, lo fai lo stesso. Per una settimana, un mese, un anno, dieci.

Quando questa persona non la incontrerai più, quando smetterà di far parte della tua esistenza, ti mancherà. E potrà essere la persona più infima e volgare sulla faccia della Terra, ma ti mancherà e tu non potrai farci niente.
Desidererai rivederla, dirle qualche parola, stringerle la mano o, peggio ancora, abbracciarla.
Rimpiangerai la monotonia delle discussioni o l’armonia nel disaccordo.
Quando scenderai per strada guarderai bene a destra e a sinistra, scorgerai nei lineamenti degli altri il suo profilo, incrocerai i suoi occhi in quelli di un passante mai visto prima.
E proverai un tuffo al cuore.

Perché gli uomini, a ben vedere, non sono tanto diversi da quella sedia.

Sono presenze costanti che ti tirano via l’aria e lo spazio, ma senza, il vuoto è duro da sopportare e difficile da colmare.
E con "uomini" non intendo esseri viventi di sesso maschile, bensì proprio genere umano.

Il Bifolco parlava e sorrideva, ed io ridacchiavo, fingevo di non dar peso a ciò che diceva.
Invece riflettevo.

La mia stanza è piena di sedie: grandi, piccole, con l’imbottitura, pieghevoli di legno e di plastica, consunte, coi piedi un po’ corti e un po’ lunghi. C’è pure qualche sgabello, sparso qua e là.
Alcune, col tempo, mi sono state portate via, e la loro assenza mi ha destabilizzata. Altre sono diventate divani spaziosi o comode poltrone, solidi elementi di arredamento piantati nel pavimento e assimilabili a pilastri di una vita.
Nella mia stanza ci sono anche delle sedie a sdraio (non mi faccio mancare niente, io): morbide e accoglienti, hanno mutato il loro aspetto, talvolta in base al mio umore, talaltra secondo volontà superiori delle quali non è possibile indagare le ragioni.

Sono pigra e faccio una vita seduta.

La teoria sull’affezione del Bifolco non è da buttar via.

Io, però, non sono una sedia. E non voglio esserlo.
Mi piacerebbe essere un appendiabiti o un portaombrelli: loro stanno nascosti, negli angoli, generalmente accanto alle porte.
Passano inosservati e sono utili. Poi, sono sempre vicini all’ingresso che, all’occorrenza, diviene un’uscita.
Eccomi, lì. Pronta per la fuga.