Un orologio senza tempo

by lacapa

Ha il cinturino di pelle marrone e, a proteggere il quadrante, un dischetto di vetro, di quel vetro vecchio e graffiato che rende proprio bene l’idea dell’uso e del passato.
Ha solo questo: un cinturino di pelle marrone e un dischetto di vetro, incastonato in un’impalcatura dorata e lisa.

Non ci sono lancette, non ci sono tacche che indicano le ore e i minuti.

E’ l’orologio perfetto per una che, a diciannove anni, non ha ancora imparato a leggere il tempo.

Al polso mi sta bene, sembra sia stato fatto apposta per me.

L’ha trovato E’solounamico sul tettuccio della sua macchina, prima di passarmi a prendere questo pomeriggio. L’ha preso e l’ha posato sul sedile del passeggero.

LaCapa: «E’ mio.»
E’solounamico: «Sì, può darsi.»

Quando lui è arrivato sotto casa mia, io ero appena rientrata. Ero stata a sentire musica in un posto a cui sono legati tanti ricordi della mia infanzia.
In quella chiesa i miei mi hanno fatta battezzare, poi ho fatto la Prima Comunione, e poi, a distanza di qualche anno, la Cresima. In quella sagrestia, mesi dopo, avrei fatto il primo tiro da una canna, coi ragazzi più grandi che davano una mano col catechismo.
A dirla tutta, oggi pomeriggio non ero proprio in chiesa: ero là dietro, vicino alla canonica. Non sapevo che lì si ospitasse una scuola di musica, per quello, quando il Parolaio mi ha detto del concertino, mi sono stupita.
Però è stato bello.
I musicisti che c’erano, tutti, le note le sentivano. E le disegnavano nell’aria con una bacchettina piccola e precisa. Pochi strumenti, una sinfonia per bambini, eppure io, quando hanno fatto una ninnananna (lo sapevate, voi, che tutte le ninnananna sono in sei ottavi?), c’avevo un po’ di lucciconi, così, per non farmi vedere dal Parolaio impegnato ad immortalare la melodia, mi sono nascosta dietro la testa del tizio seduto davanti a me e non mi sono smossa finché non è finita.

Pensavo che avrei voluto prendere carta e penna, e scrivere tutto. Descrivere, nei minimi dettagli, il colore del legno dei violini, l’emozione negli occhi di quella ragazza così dolce, che per la prima volta dirigeva un’orchestrina e per questo le tremavano le mani. Avrei voluto poter raccontare di quell’altro con la maglietta rossa, che ho pensato che fosse un genio. No, dico sul serio, lo guardavo e mi dicevo: "Ecco, questo è proprio un genio".

E poi, clic, clic, clic. Il Parolaio e la sua Nikon si occupavano di non disperdere niente, eccetto il suono.

Quando poi mi ha riaccompagnata a casa, la ninnananna m’era entrata dentro in una maniera strana.
Così, bè, mi sarei morsa le labbra volentieri e invece parlavo, e ogni parola costruiva una frase e ne buttava giù un’altra.
Giù da un’impalcatura dorata, come quella che tiene il dischetto dell’orologio senza tempo, che è diventato mio pochi minuti dopo che avevo salutato il Parolaio, con un abbraccio e un bacio sulla guancia, e la sua barba che mi pizzicava la pelle.

Ho deciso che il mio orologio senza tempo è come quello che Jun e il Signor Rail si scambiano in "Castelli di Rabbia", di Baricco. L’orologio che contava i minuti del tempo anomalo, e unico, che era il tempo del loro volersi. E l’istante, quel magico istante in cui si rivedevano dopo tanto essere stati lontani, era sempre lo stesso istante.

Il mio orologio senza tempo conterà pure lui delle anomalie: saranno gli attimi che mi ci vorranno per guardare il Parolaio con gli stessi occhi con cui lui guarda me, quelli pieni di affetto puro, senza soppalchi o cantine; saranno i secondi che ho impiegato per trasformare E’solounamico nel migliore amico che potessi sperare d’incontrare; saranno i minuti della mia incertezza e delle insoddisfazioni; saranno le ore delle parole che non ho detto, o che mi sono state taciute, o che non ho capito, o che ho fatto finta di non capire perché altrimenti sarebbe stato troppo complicato.

 

Il mio orologio senza tempo è l’unico che, attorno al mio polso, non sembrerebbe fuori luogo.

Per me, del resto, un’ora può durare un’eternità oppure appena un istante. Tanto, le lancette non le capisco. Ed è meglio così.