Il non-senso della vita

by lacapa

Ve lo spiego io cos’è.
Intendo, cos’è che ci spinge a legarci alla gente, alle cose, alla vita.

E’ il senso di possesso.

Sono tornata a casa, l’altra sera, dopo il concerto dei Modena City Ramblers, ed ero contenta. Senza un filo di voce, ma contenta.

Avevo intervistato quel gruppo là, poi avevo rivisto il tizio delle effusioni alcoliche, che fa il batterista per una delle band che suonavano prima dei Modena, poi c’era E’solounamico e non sapevo che ci sarebbe stato, e poi altre persone, altre situazioni e otto euro per una bottiglia di vino. Ma erano per una giusta causa -l’antimafia è sempre una giusta causa- e io e uno dei colleghi di Step1 li abbiamo spesi quasi con piacere, quegli otto euro per una bottiglia di vino. E so che vi starete chiedendo: almeno era buono? Sì, era buono.

Insomma, ero là che saltavo e ballavo, e poi mi facevo abbracciare da Batteristalcolizzato appena sceso dal palco, da lui che di bottiglie di vino se n’era già scolate due, da lui che spero proprio su questo blog non ci finisca mai.
Non lo vedevo da tanto tempo [tipo una settimana e qualcosa, che non è tanto tempo, ma vabbé] e forse per questo un po’ mi mancava, ma che non si sappia in giro.

Dicevo, sono tornata a casa, l’altra sera, dopo il concerto dei Modena City Ramblers, ed ero contenta. Arrivo con Vanda all’imbocco della traversa dove abito, e c’era una gran luce. La luce dei lampeggianti di ambulanze, di auto dei Carabinieri e della Polizia Municipale. La strada era bloccata con il nastro bianco e rosso, e c’era gente che s’affollava tutt’attorno.
Ho posteggiato Vanda, più incuriosita che preoccupata, e mi sono avvicinata al tumulto. Manzoni avrebbe detto che il vortice attrasse lo spettatore.

Al centro dell’incrocio che c’è a non più di dieci metri dalla porta della LaCapa Abitazione, c’era una moto gialla sull’asfalto, e una macchia di sangue.
C’era una ragazza coi capelli scuri che piangeva, sommessamente.
C’era un carrattrezzi che portava via una macchina di media cilindrata.
E c’era, illeso, il ventenne che guidava l’auto. E’ di qua, della zona.

C’era anche, e questo non l’ho ancora detto, il corpo dell’uomo che solcava l’asfalto con la sua moto gialla. Il corpo soltanto, senza più una goccia di vita, senza una sola goccia di vita. Dico goccia perché, guardando quella scena, la vita l’ho vista come una goccia di quel sangue che imbrattava la strada.

E ho pensato che il motociclista che è morto la sua vita la possedeva.

Era sua, di nessun altro. Forse un po’ l’affittava al lavoro, un po’ alla famiglia, un po’ all’apparenza. Però, in linea di massima, era sua.
La sentiva propria.

Non mi lego a ciò che non è mio. Non dico che debba essere totalmente ed eternamente mio, basta parzialmente, basta momentaneamente.

Vanda, Cane, le Dears, E’solounamico, le braccia di Batteristalcolizzato e non so dirvi quante altre cose. In ultimo, la vita.

La vita. Che, alla fine, si riduce ad una pozza rossa su suolo nero.