Mi fossi solo chiusa le dita nella porta

by lacapa

Morirò di goffaggine.
Lo sostiene Cerveza, che sa che -comunque io mi muova- rischio di fare qualche danno.

Tempo fa ho quasi fatto esplodere un motorino. Mi spiego meglio: ero con la suddetta Cerveza e avevo appena finito una sigaretta. Piazzo la cicca tra pollice ed indice e lancio. Lancio, senza fare caso al fatto che un ragazzo aveva appena acceso il suo SH a due passi da me. Lancio, senza nemmeno riuscire ad immaginare che la cicca potesse entrare, ancora accesa, dentro la marmitta di detto ciclomotore.
Lancio, e quando la cicca arriva a destinazione osservo la faccia di Cerveza diventare di mille colori, la bocca aprirsi in un’espressione di stupore e lei domandare, candidamente: «Ma come hai fatto?»

Per non parlare di quella volta che, travolta dal vortice della passione -in uno di quei momenti che deconcentrarsi è matematicamente impossibile perché sei talmente presa da quello che sta succedendo che il cervello non esiste-, per non parlare di quella volta che -proprio in uno di quei momenti- ho fatto cadere una libreria. Cioè, era una mensola, coi libri sopra. E non so se sia stato con una ginocchiata o proprio con una pedata, fatto sta che l’ho fatta cadere. Libri su libri addosso a noi che, interdetti, ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere.

L’ultima l’ho combinata di recente.

Diluviava. Tenete presente che diluviava. Pioveva talmente forte che non si vedeva ad un palmo dal naso, che i jeans si erano incollati addosso nonostante l’ombrello, che le strade erano fiumi in piena, di quelli che bisognava fare attenzione a dove mettevi i piedi e come, altrimenti rischiavi di scivolare.
Ero appena uscita dall’Università e dovevo correre a riprendere la bellissima Vanda, giusto perché non avevo voglia di lasciarla sola sotto tutta quell’acqua.

In corsa, con Noè che mi passava accanto con l’Arca, mi sentivo un’eroina.
Affrontavo secchiate d’acqua con virile coraggio, con incredibile temerarietà.

Tiro fuori dalla tasca le chiavi di Vanda, tolgo l’allarme e apro lo sportello. Rimango un istante in balia della tempesta, il tempo di chiudere l’ombrello, e faccio un passo avanti.

In quell’uragano, non potevo vedere il tombino che separava il marciapiede dalla mia auto, non potevo sapere che quel piede messo in fallo mi avrebbe fatta scivolare, e sbattere la palpebra dell’occhio sinistro contro l’adorabile spigolo dell’adorabile sportello dell’adorabile Vanda.

Bestemmio. Io, dopo la botta, bestemmio. Ma mi ficco in macchina con la rapidità di Speedy Gonzales e metto in moto.
Sul viso mi scivolavano gocce di pioggia. Tiepide gocce di pioggia.

Arrivata a casa, apro la porta, saluto la famiglia riunita attorno al tavolo per la cena, e Madre sbianca. Padre resta senza parole, col boccone a mezz’aria, sospeso tra il piatto e le labbra. Fratello e Sorella si guardano e scoppiano a ridere.

Io non capisco.

Madre si alza in piedi, mi viene incontro, barcolla. Sente la necessità di poggiarsi ai mobili, non si regge sulle gambe.

Io continuo a non capire. Mi tocco, con una mano, la palpebra che continuava a far male. Poi, mi guardo le dita. Rosse. Sangue.
Mi affretto verso uno specchio.

Cazzo, quelle tiepide gocce di pioggia che mi scivolavano sul viso erano tiepide gocce di sangue, e io non m’ero accorta di niente.
Un piede messo male, solo un piede messo male, e Madre rischiava l’infarto.

Sorella, sei anni di Medicina sprecati, poiché ancora ferma al terzo anno, si alza dalla tavola, dopo aver finito di cenare e, con delicatezza felina, controlla la ferita.
Una spaccatura proprio al centro del sopracciglio. Lei tira la pelle, allarga la lacerazione, io grido di dolore.

«Ci vuole un punto e mezzo…», ha profetizzato lei.
«‘Sta minchia. Mi tengo l’occhio rotto», ho risposto io.

Quando Cerveza ha sentito questa storia, non è riuscita a trattenersi:

«Mia cara, lo dico per te: cerca di farti aiutare, di andare in giro da sola il meno possibile, di non compiere azioni che potrebbero richiedere abilità superiori alla tua media. Continuando così, morirai di goffaggine.»

Pochi minuti fa, ho chiuso l’anta dell’armadio senza togliere le dita dal bordo. Adesso ho indice, medio ed anulare della mano destra deliziosamente gonfi. Sì, sono proprio le dita che uso più spesso per battere sulla tastiera.

Se, per caso, dovessi sparire dalla circolazione per un po’, sappiate che sarà perché, potando i rami di un bonsai con una sega circolare, mi sarò amputata entrambe le braccia all’altezza del gomito.
E’ fisicamente impossibile? Con me, non si può mai dire.