Sono meglio i girasoli

by lacapa

Era distrutto d’amore, quell’uomo là.
Però nessuno lo sapeva e lo guardavano tutti di sottecchi, storcendo il muso, parlottando tra sè su quanto fosse strano il suo sguardo.
«E’ un ladro!», si diceva in giro.

Lui passava e ripassava con la sua Vespa 50 special nei dintorni di un palazzo rosa, che profumava ancora di pittura fresca.
Quando arrivava davanti all’ingresso, toglieva gli occhi dalla strada e li dirigeva sulla facciata, fissando non si sapeva bene cosa.

Gli inquilini del palazzo rosa parlavano.

«Ha puntato un appartamento. Sarà il mio? Chiamo i carabinieri, se continua…»

Ma che potevano fare i carabinieri? Lui stava sulla strada, non intralciava il traffico. Certo, era uno spreco tutta quella benzina per circumnavigare un palazzo rosa odoroso di vernice.
Doveva essere un furfante.

Aveva gli occhi tristi, ma quelli non li si notava. Come non si notavano le occhiaie, e il naso rosso di pianto.

Non una persona si chiedeva, con curiosità e non con sospetto, quali fossero le ragioni del suo pellegrinaggio.
Gli orari, poi, erano standard.
Le otto meno dieci del mattino, le tredici e quaranta, le sedici e cinque, le venti e cinquantatrè. Sì, le venti e cinquantatrè, e quei tre minuti non sgarravano mai.

Il padre di famiglia dell’ultimo piano, alla fine, i carabinieri li chiamò davvero.

Quelli lo attesero all’imbocco della via, e lo riconobbero immediatamente: casco slacciato, Vespa 50 special bianca, testa già voltata verso l’edificio.

I documenti erano apposto, armi non ne aveva, droga nemmeno.

Rispondeva passivamente alle domande che gli facevano e, ogni tre per due, lanciava un’occhiata al palazzo.
Una ragazzina, in quel momento, aprì il portone e si mise a portare a passeggio un cagnolino color crema.
Incuriosita, fingendo indifferenza, si avvicinò abbastanza da poter origliare ciò che l’uomo diceva ai due tipi in divisa che lo interrogavano.
Uno, esasperato, gli domandò:
«Insomma, ce lo spiega o no perché, sempre alla stessa ora, passa da qua? Non ce l’ha un lavoro, una casa, qualcosa da fare?»
L’uomo, allora, si lasciò cadere sul marciapiede e iniziò a singhiozzare .
Piangeva, come un bambino.

«Piange? E perché piange? Suvvia, si comporti con decenza, si asciughi quelle lacrime e vada via. Badi a non passare più da qui, ché la denunciano se continua!»

L’uomo aveva aperto i rubinetti e non poteva frenarsi.
«Non posso, non posso…», e le parole gli morivano in gola, strozzate.
«Non può? Ma che dice? Scherza?»

L’uomo si fregò il naso con le mani e, dopo qualche istante, riuscì a calmarsi.

«Cosa ne vuole sapere, lei? Se non guardo quella finestra, muoio, le dico che muoio!»

La ragazzina e il cane, intanto, s’erano accostate. Lei, ricciuta e magrolina, aveva tirato fuori dalle tasche un pacco di fazzolettini e l’aveva porto allo sconosciuto. Il cane scodinzolava.

I due carabinieri erano interdetti, mentre la ragazzina s’era accomodata sul marciapiede e, in silenzio, gli aveva cinto le spalle con un braccio, e gli dava delle pacche, a mò di consolazione.
Non era poi così vecchio, l’uomo.
E soffriva per amore, soffriva immensamente.

L’aveva conosciuta un giorno che pioveva e lei cercava di ripararsi sotto la tettoia di una fermata dell’autobus. La sua Vespa s’era inchiodata e lui, spingendola sotto il diluvio, era arrivato alla stessa, salvifica, fermata.
Avevano cominciato a discutere del tempo, poi dello spazio, poi della metafisica. Quando ha smesso di piovere, loro stavano ancora a chiacchierare.
Era successo tre anni prima.
Lui l’aveva cercata per giorni, a quella fermata, ma non era riuscito a trovarla. Ci aveva messo un mese a rassegnarsi ma, alla fine, ce l’aveva fatta. Quando la vide con quel vestito giallo, il giorno del matrimonio di suo cugino, non seppe reprimere un sorriso.
Le andò incontro, fuori dalla chiesa, e la salutò come se si fossero visti appena mezz’ora prima.
Lei non aveva idea di chi lui fosse: non ricordava di quel pomeriggio, chè era sempre così distratta.
Lui la riaccompagnò a casa, quella sera. Una palazzina rosa, che profumava di vernice.
Lei gli regalò una margherita gialla, che s’era appuntata sul seno in mattinata, e lo invitò a salire.
«Non offrirmi un caffè, sii più originale…»
«Okay, allora ti preparo una camomilla!»
Terzo piano, seconda porta a destra del pianerottolo. C’era un fiore di carta attaccato sopra: una margherita.
Bevvero la camomilla, parlarono e poi fecero l’amore, sul divano, una, due, tre volte. E si addormentarono.
Era successo proprio tre anni prima.
E la loro relazione era andata avanti finché lei non gli aveva chiesto di sparire.

I carabinieri se n’erano andati quando lui aveva iniziato a descrivere il vestito della futura moglie di suo cugino. La ragazzina e il cane, però, non s’erano allontanati.

«Capisci? Io passo da qua quando lei si avvicina alla finestra: appena alzata, al mattino, dopo pranzo, alla prima sigaretta della giornata, quando stende i vestiti ad asciugare, nel pomeriggio, e dopo cena, il momento dell’ultima sigaretta. Non voglio esserci quando esce o rincasa, perché magari pensa che la pedino. Mi basta vedere la sua ombra passare, riconoscerne le forme dall’altra parte della tenda…»

Non voleva provarci, a riprendersela, ché negli occhi di lei aveva letto il gelo.
Ma vederla da lontano gli bastava.

«Non sono un ladro; voglio avere il tempo di abituarmi alla sua assenza.»

Il cane piangeva, iniziava a strattonare il guinzaglio per rientrare in casa.

«Te ne devi andare. Scusami, non volevo trattenerti troppo.»

La ragazzina, sempre senza dire una parola, si alzò e tornò dentro. Aprì il portone, se lo richiuse alle spalle e sparì in quel palazzo rosa che profumava di vernice.
L’uomo salì in sella alla Vespa, si mise il casco -senza allacciarlo- e fece per ripartire.
La finestra del secondo appartamento a destra, terzo piano, si aprì.
L’uomo si affrettò, per non farsi vedere, ma non fu lei ad affacciarsi.

La ragazzina gli fece un cenno, lo invitò ad avvicinarsi: lui, confuso, annuì.
Lei gli lasciò cadere ai piedi una margherita di carta.

Vista così, da lontano, lei non sembrava così bambina. Pareva la sua donna, più giovane, quando l’aveva conosciuta.

«Adesso qui ci abito io…», gli disse allegramente. «Col mio cane, ovviamente!»

Lui rise, con gli occhi ancora pieni di lacrime, rise.
Che fine avesse fatto la precedente inquilina, questo a lei non era dato saperlo, però la casa era calda ed accogliente.
«Adesso che so cosa ci accadeva sopra, farò cambiare il divano!», mostrò un sorriso divertito e chiuse le imposte.

Due mesi dopo, l’uomo distrutto d’amore passò ancora sotto quel palazzo rosa che profumava di vernice.
Fermò la Vespa e rimase in attesa.
Aspettò due ore, finché un cagnolino color crema varcò la soglia del portone, seguito da una ragazzina un po’ donna con un vestito giallo.
Le si avvicinò e, timidamente, le chiese:
«Ti ricordi di me?»
«Certo!» annuì lei, e la sua voce brillava.
«Se ti faccio compagnia a portare in giro il cane, dopo, mi offri una camomilla?»
«Magari ti offro un caffè, ché la camomilla non mi piace. Ah, per futura memoria: alle margherite preferisco i girasoli.»