La vita che m’inventerei

by lacapa

Dearfriend Porno:«Che poi LaCapa è una ingenua, sempliciona.»
DearLowe:«Non è colpa sua, è che non dà peso a tante cose…»
Dearfriend Porno:«Semplicemente, non si rende conto di quello che dice!»
SeMiRilasso:«E’ come una bambina, se ne frega. Lei parla, le conseguenze si vedono dopo…»

Pranzo. Bar dell’università. Io ascoltavo, mentre loro parlavano di me come se io non ci fossi.

E’ una cosa che capita spesso, che la gente parli di me, in mia presenza, come se la mia presenza fosse un’assenza.
Ormai ho anche imparato ad ascoltare bene, ché magari mi si conosce meglio di quanto io immagini, e mi si stupisce.

Sarà che sono una specie di specchio.

Una persona che praticamente non conosco, durante una delle nostre prime conversazioni, mi ha fatto leggere una poesia di cui non ricordo niente, né autore né titolo, però vi posso dire che c’ha azzeccato. Completamente ed inesorabilmente.

Ultimamente, più che persone che mi chiedono come sono, incontro persone che me lo dicono. Che si arrogano il diritto di affermare, con sovrumana sicurezza, chi io sia.
E, per quanto lo facciano senza malizia o cattiveria, finisce che mi inibiscono.

LaCapa è, LaCapa non è, LaCapa sembra…
LaCapa è un’artista. Una scribacchina che-ne-vale-la-pena. LaCapa c’ha tutto un mondo dentro. LaCapa è strana. LaCapa è superficiale. Bellina, LaCapa. LaCapa è infantile. E’ stupida. LaCapa sembra così più grande della sua età. LaCapa, ma sei proprio sicura di avere soltanto diciannove anni?

Smettere di essere LaCapa, ecco cosa mi servirebbe.
Così non dovrei essere nervosa perché non riesco più a scrivere, nè avrei più lo stomaco perennemente chiuso per una sensazione in bilico tra preoccupazione, senso di colpa e tristezza che non se ne va.

Per un giorno, uno soltanto, desidererei essere un’illustre sconosciuta per me medesima.

Mi metterei davanti allo specchio e mi presenterei con un nome diverso, m’inventerei una vita e un milione di esperienze.
Avrei vissuto un po’ qui e un po’ lì, suonando il sax sui marciapiedi di mezz’Europa, dormendo in treno, passando, una dopo l’altra, le stazioni della mia esistenza.
Nella vita che m’inventerei, non ci sarebbero grandi sogni, non ci sarebbero speranze, non ci sarebbero emozioni profonde. Sarebbe tutto più o meno piatto e mediocre, senza acuti nè cadute di stile.

E, forse, nella vita che m’inventerei sarei felice.

Un po’ più di adesso, un po’ meno di prima.

Nella vita che m’inventerei, Madre non dovrebbe tornare all’ospedale, nella famosa suite extra-lusso, e Cane peserebbe dieci chili in meno. Magari Sorella non s’atteggerebbe a perfezione incarnata e si farebbe i fatti suoi, assieme a Fratello che, per non saper né leggere né scrivere, la smetterebbe di prendermi per il culo.

Nella vita che m’inventerei, ad un certo punto, mi guarderei allo specchio e mi racconterei un’altra vita ancora. Per fuggire alla noia.