La cioccolata della notte fa venire il mal di pancia

by lacapa

Quand’ero bambina, avevo una visione estremamente semplicistica delle cose e amavo che tutto avesse un senso.
Le spiegazioni a quello che non capivo me le inventavo, e se ci penso adesso mi viene da ridere, perché vorrei saperlo fare ancora.

Nella testa di LaCapa bambina, alcuni elementi si ripetevano costantemente, ché li trovavo belli, e il mondo, tutto, bè, quello era fatto solo di ciò che mi piaceva.

Il buio era cioccolata che non si poteva mangiare, sennò poi mi faceva male la pancia.
La febbre era il sole che, in alcuni giorni, era più vicino del solito.
L’arcobaleno era parte del disegno di un gigante che dipingeva coi colori a tempera.
Le lacrime erano nuvole che, per averle guardate troppo, rimanevano intrappolate negli occhi e si scioglievano per fuggire, e tornare in cielo.

Le stelle non erano banali lucciole, o lampadine attaccate su un immenso soffitto.

Le stelle erano palloncini pieni di elio.

Avete presente, no?

A forma di personaggi dei cartoni animati, di animali, di fiori, di cuori o di niente, galleggiavano leggeri nell’aria. Li adoravo.

Ogni volta che uscivo per passeggiare con Padre e Madre, li imploravo affinché me ne comprassero almeno uno. Spesso non mi accontentavano, perché poi avrebbero dovuto fare lo stesso regalo a Sorella e Fratello e, insomma, si finiva in un circolo vizioso.
Però, ogni volta che acconsentivano al dono, ero immensamente felice.

Con una cordicella, mi legavo il palloncino al polso, stretto stretto, per non rischiare di perderlo, e smettevo di guardare la strada, perché credevo che tenere il naso all’insù fosse più interessante.

Poi, purtroppo, succedeva sempre la stessa cosa: una vigorosa folata di vento, la cordicella troppo rovinata, Sorella che, con l’inganno, mi convinceva a cederle il mio regalo… Insomma, il palloncino finiva per volare via.

In un primo momento, piangevo, e pure tanto. Ci mettevo poco a convincermi che quel palloncino, quel piccolo pezzo di non-so-quale-materiale capace di vincere la forza di gravità, proprio quello, fosse tutto ciò che avevo sempre desiderato, l’unica cosa in grado di farmi veramente contenta.

Il pianto, c’è da specificarlo, non era una reazione immediata.

LaCapa bambina si bloccava in mezzo alla strada, apriva la bocca e rimaneva così, con lo sguardo puntato in alto, i boccoli castani sulle spalle coperte dal cappottino rosso, e gli occhi impegnati a seguire quella fuga. Alla fine, quando ormai il palloncino non c’era più, una lacrima isolata faceva capolino e scivolava lentamente sulla guancia.

LaCapa bambina si dava da sola una carezza, col palmo della mano aperto e premuto forte sulla pelle, ché quell’azione era sia una consolazione, sia il maldestro tentativo di pulirsi la faccia da quell’acqua tanto salata quanto indesiderata.
LaCapa bambina odiava piangere, perché la faceva sentire stupida, come tutte le altre bambine, e lei non si sentiva come tutte le altre bambine. Non le piacevano le Barbie, vi sembra poco?

Ad ogni modo, una volta che il palloncino era sparito, LaCapa bambina se ne faceva una ragione.
Si spiegava, nella sua personalissima maniera, il motivo per cui era stata abbandonata.

Un giorno, durante una festa cittadina all’inizio di Febbraio, aveva capito tutto. Le stelle. Ecco cosa sono le stelle.

Sono palloncini pieni di elio, quelli che ho perso io e che hanno perso tutti quelli che li hanno lasciati andare. Si fanno compagnia, lassù in cielo, e le loro cordicelle sono intrecciate, così si muovono tutti assieme e non c’è il rischio che rimangano soli.
Sono in quel posto meraviglioso che dev’essere la notte, fatta di cioccolata come i biscotti per la colazione. E non si sgonfiano mai, lì, perché sono felici.
Sì, i palloncini normali, quelli che ci soffio dentro e diventano belli grossi, invece, sono tristi. Sono costretti a stare imprigionati, non possono scappare lontano, chiusi in un posto che non gli appartiene: non vedono l’ora di scoppiare.

L’elio, invece, li renderebbe speciali.

L’elio, me l’aveva spiegato la maestra, era come l’olio che galleggia nell’acqua, solo con l’aria.
L’elio, quindi, era giallo.

I palloncini pieni di elio scappavano da me perché volevano stringere la mano, anzi, la cordicella, a quelli come loro. Io non c’entravo nulla col loro mondo, non potevo farci niente.
I palloncini pieni di elio volevano solo essere sempre allegri.

Avrei voluto essere sempre allegra con loro, ma la cioccolata della notte mi avrebbe fatto venire il mal di pancia. Il mal di pancia, capite? Il mal di pancia.

Che poi, a che mi serviva un palloncino pieno di elio? Passata qualche ora, ero allegra anche senza.