Misfatti sui fatti altrui

by lacapa

La privacy in casa LaCapa non esiste.

Non che prima ci fosse e che adesso non ci sia più, solo che la parola "privacy" nel vocabolario della LaCapaFamiglia è stata cancellata col bianchetto decenni fa, prima ancora che la sottoscritta venisse alla luce.

Madre, matrona di antica e sicula memoria, vive nella ferma convinzione che i suoi figli, in quanto da lei partoriti, siano esclusiva proprietà di sè medesima, dunque non soltanto modellabili a sua immagine e somiglianza, ma anche privi di qualsivoglia diritto di replica e/o libero pensiero e/o decisione.

Questo, nella sua testolina di genitrice, non la fa sentire in colpa quando fruga nella mia borsa, quando rovista nei miei cassetti, quando legge i miei quaderni, quando prende il mio cellulare di nascosto e prova a capire come si apra la cartella coi messaggi, quando rimane appiccicata al vetro della finestra della mia camera, di sera, e spia il saluto con la malcapitata persona che, di volta in volta, mi riaccompagna a casa se Vanda, per una ragione o per un’altra, è dovuta rimanere sotto coperta.

Ciò che Madre scopre non è mai di suo gradimento: sigarette, fotografie della vostra blogger preferita che si alcolizza, baci appassionati scambiati proprio sotto il suo naso, senza che lei possa fare nulla per impedirli.

Madre, a seguito delle inquietanti immagini che le si pongono davanti, è capace di non rivolgermi la parola per giorni.

La scoperta che LaCapa, al contrario della perfettissima Sorella, fosse un pozzo senza fondo di vizi, l’ha sconvolta e l’ha confermata nella sua convinzione che spiare i propri figli sia cosa buona e giusta.

Se, per caso, io, Fratello o Sorella tentiamo di rimproverarla per la sua mancanza di tatto e per la malsana curiosità che la spinge a comportarsi in quell’orrido modo, Madre si risente, s’innervosisce, sostiene che se-non-abbiamo-nulla-da-nascondere…

Che poi, non abbiamo davvero nulla da nascondere, non facciamo niente di male, è solo che certi genitori, determinate cose, non dovrebbero saperle.

Se Madre fosse una persona aperta al dialogo e comprensiva, le si potrebbe raccontare qualsiasi cosa. Peccato che così non è!
E poi, ci sono cose che non renderebbero felice un parent qualsiasi, figurarsi Madre e Padre.

Con me ci hanno rinunciato.
Si sono rassegnati ad avere una figlia che morirà di cancro ai polmoni, o di overdose, o col fegato spappolato. Nel loro spirito tragico, ciascuno di questi finali è probabile.
Così si preoccupano ogni volta che esco, che faccio tardi, che ho tra le mani somme di denaro superiori ai trenta euro, che frequento persone che loro non conoscono.

La tensione al controllo omnicomprensivo di Padre e Madre -soprattutto di Madre- arriva quasi alla maniacalità.

Questo pomeriggio, è capitato che il Parolaio abbia telefonato a casa mia e che, malauguratamente, abbia risposto Madre. In quel momento, tra l’altro, la happy family era riunita intorno ad un tavolo e chiacchierava amabilmente sgranocchiando Gocciole Extra Dark.

Dopo essermi rifornita di cibo, col cordless, cambio camera e mi dedico alla breve conversazione col Parolaio. Chiusa la chiamata, torno nella fossa dei leoni. Seduti, tutti, in religioso silenzio, con le orecchie tese nello sforzo di origliare.

Fingendo di non essermi resa conto di nulla, ficco la mano dentro la confezione di biscotti e torno, muta, a far godere le mie papille gustative.

Tre, due, uno…

Madre: «Ma che voleva il Parolaio?»
LaCapa: «Niente.»
Madre: «E perché ha chiamato?»
LaCapa: «Così. Perché? Non può chiamare?»
Madre: «Certo. E’ solo che era un po’ che non lo sentivo nominare e pensavo che la cosa, come dire?, si fosse sgonfiata.»
LaCapa: «Sgonfiata?»
Madre: «Sì, tanto tu non duri mai troppo tempo.»
LaCapa: «Fatti miei.»

Ghignando tra me e me per la prevedibilità della genitrice, ho perseverato, senza dire una parola, a mangiare, finché…

Madre: «Senti, che hai fatto al tuo computer? Non riesco più ad entrarci!»

Una Gocciola mi va di traverso, inizio a tossire, gli occhi mi lacrimano, rischio il soffocamento ma, clamorosamente, sopravvivo. Rossa in faccia per la quasi-asfissia, mi rivolgo a Madre con i toni più pacati che io conosca.

LaCapa: «Scusa, puoi ripetere?»
Madre: «Mi chiedevo cosa tu avessi fatto nel tuo computer. Prima, ci entravo tranquillamente e adesso, invece, quando inserisco il codicino per evitare di dover dare la password, mi dice che non funziona, che hai messo una password pure là.»

Fratello tenta, senza fare rumore, di alzarsi dalla sedia e scappare.
Sapevo che lui, ogni tanto, con un account che non sono mai riuscita a scovare, entrava nel mio pc -visto che lui non ne aveva, fino a poco tempo fa, uno suo- per giocare di ruolo sul web. Niente di male, insomma.
Da quando ha il suo notebook, giacché è un minimo onesto, m’ha svelato il trucco e m’ha spiegato come evitare che altri facessero quello che faceva lui.
L’onestà di Fratello, però, non contemplava il fatto che lui mi dicesse che aveva spiegato il modo anche a Madre e che quella, in qualsiasi momento, aveva libero accesso a tutti i miei dati.

Mi sono stupita del mio autocontrollo.

LaCapa: «Fratello, c’è qualcosa che devi dirmi?»
Fratello: «Non è come pensi!»
Madre: «Se non hai niente da nascondere, che male c’è che entro nel tuo computer?»

Conscia che trattavasi di una battaglia persa in partenza, ho lasciato cadere la discussione, ho trangugiato l’ultima Gocciola e mi sono avviata verso la mia camera.
Prima che potesse uscire dal mio campo uditivo, Madre, sfrontata, ha gridato:

«E io, adesso, come faccio a sapere i fatti tuoi?»