Spie pericolose

by lacapa

Oggi ho rischiato l’esplosione.

Un quadratino rosso sulla mia fronte si accendeva ad intermittenza e segnalava che qualcosa era pronto per scoppiare.

Vanda è tornata a casa (il carrozziere me l’ha restituita da appena un paio di giorni) ed ha già ripreso a lavorare a pieno regime, e a farmi preoccupare.

Ero appena uscita dall’Università, orgogliosa dei miei due esami sostenuti. Sì, perché stamattina avevo due esami, a distanza di venti minuti l’uno dall’altro, di due materie completamente differenti, talmente diverse che pure le lingua da usare cambiava tra una materia e l’altra: Linguistica Italiana [l’orale] e Inglese.

Lo scritto di Linguistica l’ho sostenuto nove giorni fa, coi fallimentari risultati che vi sono noti. Ventidue e tanta delusione, perché la materia è bella e mi dispiaceva proprio farmela scappare in quella barbara maniera. Per questa mattina, alle 9.30, era stato fissato il colloquio. Il guaio è sorto quando ho amaramente scoperto che, dal canto suo, il test di lingua inglese [ahimè] era stato fissato per questa mattina, anche quello. Alle 10.

Alle 9.15, con DearLowe, correvo tra i corridoi della Facoltà, diretta allo studio della professoressa di Linguistica. Imboccato il cunicolo giusto, il panico: quindicimilatrecentododici colleghi lo affollavano.

Guardo DearLowe con disperazione, poi decido d’attendere. Alle 9.55 getto la spugna e scappo nell’aula del test in lingua. Anche quella, gremita.

«Opporcaputtana», sussurro tra me e me.

Arriva l’English Teacher, con venti minuti di ritardo.

E.T.: «Allora, guys. You have just sixty minutes to complete the questions. Buona luck!» She’s from London, che credete?!

Molto meno di mezz’ora dopo, avevo consegnato il mio test.

E.T.: «Ma non vuole read it again, signorina?»
LaCapa [uscendo dall’auletta]: «No, prof! C’ho un altro esame, io!»

Quando sono tornata in Italia, linguisticamente parlando, DearLowe aspettava fuori dalla porta-del-terrore-esaminando, chiacchierando amabilmente con chiunque le capitasse a tiro.

Io mi butto per terra, estraggo dalla mia borsa il libretto, il verbalone, la carta d’identità e le fotocopie degli appunti dell’insegnante.

LaCapa: «DearLowe, adesso studio.»
DearLowe: «LaCapa, mancano solo due ragazzi, e poi tocca a te!»

LaCapa [tornando ad Oxford]: «Minchia!»

Ma DearLowe, santa donna, s’è appiattita accanto a me, e s’è messa a farmi quattro domande, giusto affinché mi rendessi conto della mia straripante ignoranza.

Pochi minuti dopo, l’assistente della Linguista aveva deciso che i prossimi esami si sarebbero svolti a coppie: «Adesso entrino… Ehm… LaCapa e, assieme, DearLowe!»

LaCapa e DearLowe [attraversando nuovamente la Manica]: «Minchia.»

Ci siamo sedute e abbiamo iniziato il nostro esame.

Quando abbiamo finito, con il libretto fresco fresco della prima materia, abbiamo deciso di darci alla pazza gioia.
Shopping? Shopping!

Montiamo su Vanda, accendiamo la radio, e mettiamo a tutto volume una canzone che solo i catanesi DOC conoscono, per la fortuna di tutti gli altri.

Lungo la strada, uno stop. Mi fermo. Vanda si spegne. Vanda non si riaccende. Vanda non ha energia nemmeno per far brillare le sue quattro frecce d’emergenza.
DearLowe, col suo fascino animale, s’affaccia al finestrino e domanda aiuto a due giovani fanciulli su uno scooter. I due giovani fanciulli, rapidi più di Flash, mollano il motorino e spingono Vanda, per due metri. Vanda è buona: una volta che si ferma, decide di farlo a pochi passi dall’officina di un elettrauto.

Sostituita la batteria, e donati 80€ all’elettrauto, la voglia di fare shopping s’era completamente dileguata. Lo stesso non poteva dirsi del bottoncino rosso sulla mia fronte, che si è rapidamente trasferito sul cruscotto di Vanda.
Il riquadro technologycamente avanzato, ché Vanda è pur sempre una gran figa, recitava:

«AVARIA AIRBAG!»

DearLowe attendeva che scoppiassero al nostro cospetto quei due palloncini bianchi. Io guardavo Vanda con aria minacciosa. E Vanda ha capito, brava auto.

Se mi fossero esplosi i cuscinetti in faccia, avrei smontato Vanda pezzo dopo pezzo, lo giuro.

Comunque, per inciso, ho portato a casa due ventisei, stamattina.

Il quadratino rosso sulla mia fronte, però, c’è ancora.