Piano piano, ciao…

by lacapa

Non mi capita spesso che qualcosa che scrivo mi piaccia, che mi regali delle sensazioni strane anche giorni dopo che è stata ultimata e, quasi, dimenticata. Sì, perché quella cosa di cui tutti i grandi scrittori fanno un gran parlare, il famoso discorso che “per scrivere roba nuova devi scordare quella vecchia”, è infinitamente retorico, ma è pure vero. Non so per gli altri, e non parlo per i grandi scrittori, ché non ne conosco nessuno, però per me è vero. Non che io mi senta una scrittrice, insomma. Nemmeno una piccola scrittrice. Mi sento l’ultima degli scemi, e pure senza talento, però ho la grande fortuna di essere straordinariamente distratta, così quello che butto giù me lo dimentico in fretta…

Comunque, il succo è che il Post posticipato, l’antefatto della storia del Parolaio, bè, mi piace.

Qualcuno m’ha detto che, leggendo, gli è venuto un mezzo groppo alla gola; altri mi hanno spiegato che avrebbero voluto scriverlo loro, quel brano, o che dopo averlo letto hanno desiderato scrivere qualcosa. Saranno anche piccolezze, e stupidaggini, e futilità, e tutto quello che volete, eppure…

Due giorni dopo averlo partorito, venerdì 28 novembre, ho stampato quel pezzo, l’ho messo dentro ad una carpettina plastificata nera e l’ho chiuso in borsa. Quella sera, io e il Parolaio siamo usciti insieme. Ho lasciato la mia Vanda a due passi da casa sua, ho aspettato che scendesse e quando l’ho visto aprire il portoncino ho sospirato. Siamo entrati nella sua macchina, chiacchierando del più e del meno, e ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare, dove saremmo potuti andare.

Il mercoledì precedente gli avevo detto di aver scritto il post su di lui. Giovedì lui mi chiese di leggerglielo, e io rifiutai tassativamente.

Venerdì sera, nella sua Fiat Punto blu.

«Hai proposte?»

«Ho portato il post che ho scritto su di te. Mi avevi chiesto di leggertelo, così…»

Siamo finiti in una piazza col mare, diversa da quella della prima sera. Era più spaziosa, ci si poteva entrare con la macchina, fermarsi davanti alla ringhiera e lasciare che le onde, sbattendo contro la scogliera, schizzassero sul parabrezza.

Il Parolaio ha acceso la lucina piccola che c’è in ogni auto, quella dei sedili anteriori, e s’è messo in attesa. Aspettava che io leggessi.

E ho letto, quasi tutto d’un fiato. Quando ho finito, l’ho guardato, lui ha inspirato, ha espirato, e ha spento la luce.

«Non c’è spazio per te, adesso, almeno non come lo vuoi tu. Sai, io sono impegnato e…»

Una serie di altre parole che potrei riscrivere, perché me le ricordo tutte, una dopo l’altra. Tante frasi, legate, e slegate, e fredde, e pungenti, e tristi, e io che facevo quella che sta bene e non gliene frega niente, e quanto cazzo era piccola quella macchina.

E io? E io non è un amico che cerco, quindi è stato un piacere, riportami a casa.

Il silenzio pesante del tragitto del ritorno faceva male più di quanto ci fossimo appena detti.

Il Parolaio non fiatava, guardava la strada. Ogni tanto, si girava e mi lanciava un’occhiata interrogativa.
Poi ha tolto la mano dal cambio, mi ha accarezzato lentamente la guancia e, dopo, ha messo le sue dita tra le mie.

LaCapa non piangere, LaCapa non piangere, LaCapa non piangere, LaCapa non piangere.

LaCapa non essere così scema da piangere. Non hai perso niente, i pezzi sono interi, non hai cocci da raccogliere. Ce l’avresti fatta da sola? No. E allora non lamentarti. Hai fatto la cosa migliore che potessi fare. Un’amicizia? Come fai ad essere amica di una persona che ti piace? Sei stata sincera e ti sei tolta un peso. Caspita, LaCapa, sii forte, cazzo.

E quando, in una Fiat Punto blu posteggiata vicino ad una Fiat Vanda, il Parolaio ed io ci siamo salutati, dopo che lui mi ha abbracciata e mi ha dato un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzicava la pelle – quando io l’ho guardato negli occhi e stavo per andarmene e sparire, lui m’ha baciata. E quel bacio prima sembrava un addio, poi un arrivederci-a-presto, poi è diventato un ciao-ci-vediamo-dopo.

Il Parolaio è diventato quello che è adesso, un Baol, come direbbe Stefano Benni. Un Baol perché mi fa stare bene, mi fa ridere e mi fa sorridere, e mi dice che non so leggere, che non so star calma, che sono un po’ troppo agitata. Un Baol a cui ho fatto leggere un’altra cosa mia e che me l’ha distrutta, parola dopo parola, ed è riuscito a farmi divertire stroncando il mio racconto. Un Baol che perde il mio accendino e me ne regala uno nuovo, a casa del quale dimentico una sciarpa colorata e che mi spiega che dovrò guadagnarmela, per averla indietro. Un Baol che dice che faccio delle smorfie strane, mi abbraccia, canticchia, poi mi guarda, mi sorride e dice, piano piano*, “ciao”.

Ciao.

[*anzi: virgola-lieve-virgola"Seta" – Alessandro Baricco]