Post posticipato

by lacapa

[Dalla data di stesura del post a quella di pubblicazione sono passati venti giorni e, oggi, quella da scrivere sarebbe tutta un’altra storia]

Mercoledì, 26 Novembre 2008

Ho conosciuto un parolaio che scrive con la luce. Me l’ha detto lui cos’è. Cioè, non è che si è presentato dicendo: «Ciao LaCapa, io sono un parolaio, solo che scrivo con la luce.»Mi sono presentata io, con la faccia strafottente ed infastidita, ché non sapevo nemmeno chi fosse e mi serviva solo perché mi avevano parlato di una cosa carina che aveva fatto e che io avrei voluto pubblicare su Step1. Non l’avevo mai visto, ma i suoi amici mi avevano indisposta, perché avevano fatto delle battute non molto piacevoli sugli articoli di Step1 e io, quel giorno, dovevo proprio scrivere uno di quei pezzi che a loro, immaginavo, non sarebbero andati bene.

«Piacere. Sono LaCapa, scrivo per Step1», gli dissi.
«Sì, ma non tirartela così tanto. Io sono il Parolaio, e faccio il fotografo», mi rispose.

Per il famoso intento di pubblicare quella sua cosa su Step1, ci scambiammo gli indirizzi e-mail e, quella sera, parlammo.

Parolaio è alto, con pochi capelli e la barba. Ama Bersani, e sa che “Le mie parole” è un capolavoro. Però i Negramaro non gli stanno granché simpatici, idem Carmen Consoli, perché hanno quel tono che dopo un po’ lo annoia e gli fa venire voglia di sentire roba diversa. Parolaio cita a memoria “Il piccolo principe” e “Oceano Mare”, vorrebbe organizzare un torneo di pallastrada con quelli de “La compagnia dei Celestini” e mi ha regalato “Come un romanzo”, perché «non puoi scrivere più nulla, se non hai letto “Come un romanzo”, di Pennac».

Mi prende in giro e ride, di me o con me non l’ho ancora capito. La prima volta che siamo usciti assieme era il compleanno di Dearfriend Bellissima, e io avrei dovuto festeggiare con lei, ma non se ne fece nulla così rimasi con Parolaio, dalle sei del pomeriggio all’una di notte. Abbiamo cercato di spiegarci “Quel posto che non c’è”, bevuto una birra in un locale dove c’eravamo solo noi, il fumo di due sigarette e la musica jazz, e guardato la luna e le stelle da un belvedere sconosciuto, con soltanto una piazzetta piccola piccola, un paio di panchine, la ringhiera e poi il mare, così, all’improvviso, il mare, una cosa che sorprende, piazzata là che sembra un caso.

Ci siamo salutati con un abbraccio e un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzicava la pelle.

Ci siamo visti spesso, da tre settimane a questa parte, e il saluto finale è sempre lo stesso, un abbraccio e un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzica la pelle.

Io e Parolaio ci siamo raccontati tante cose, ed è come se ne avessimo altre, infinite, da narrarci. Mi ha detto della fidanzata storica, quella che ne parla ancora con gli occhi che gli brillano, e tu lo sai che con lei il confronto non lo reggerà mai nessuna, e invece di non sopportarla, hai tanta voglia di conoscerla, perché dev’essere proprio una donna in gamba.

Gli ho accennato di quella storia vecchia, che tanto vecchia non è, di cui prima piangevo, di cui adesso sorrido e di cui, in futuro, magari, riderò. Lui mi ha detto che sono stata fortunata, perché non è stato un gran dolore. E io non gli ho risposto, in realtà. Gli ho detto solo che parla così perché non sa, però suppongo l’abbia capito che non è stato un dolore piccolo, un dolore da ragazzina. Io sono una ragazzina, niente di più di questo. E lui l’ha immaginato, e forse è per questo che quando mi saluta e io lo guardo negli occhi, lui mi bacia sempre e solo sulla guancia, dopo avermi abbracciata.

Una volta, ha riso di quell’abbraccio del saluto.

Mi ha detto che lui voleva solo stringermi, e invece io gli ho dato due pacche sulle spalle, trasformando la situazione semplice in qualcosa di cameratesco.

Le Dears mi hanno sempre detto che non so abbracciare, perché il mio abbraccio sembra quasi una forzatura, o una consolazione. Io so solo che non volevo che la cosa diventasse cameratesca.

L’altra sera ci siamo visti a casa sua, la classica casa di uno studente fuori sede. Abbiamo guardato video, ascoltato musica, e parlato, tanto. «Mi piace parlare con te», mi ha scritto una volta.

Mi aveva detto, qualche ora prima che ci incontrassimo, che aveva in casa una bottiglia di vino rosso novello. Io non sapevo che saremmo finiti in casa sua, anzi. Pensavo che saremmo usciti a camminare, come abbiamo fatto le altre volte. Invece siamo rimasti nella sua stanza. Avevo spiegato, quel pomeriggio, a DearLowe, che sarebbe stato bello se lui avesse portato due calici, ovunque fossimo andati, e avessimo sorseggiato il vino versandocelo in due grandi bicchieri di vetro.

Ero davanti al suo computer, stavo guardando alcune foto. Lui era andato nell’altra stanza. Ne è tornato con due calici e il vino rosso.

L’ho guardato e gli ho detto: «Cazzo, quanto sei banale.»

Tra le tante cose, mi ha chiesto perché tenessi un blog. «Per far ridere», ho tentato di mentire, ché a voce certe cose proprio non riesco a dirle. Poi gliel’ho scritto in un sms, quando sono tornata a casa, e lui non ha risposto niente.

Gli ho fatto leggere uno degli ultimi miei racconti e credo che non gli sia piaciuto, anche se m’ha scritto una e-mail dicendomi che sì, invece, gli era piaciuto.

L’e-mail l’ha conclusa così:
«Inizia a nascere in me il desiderio fisico di abbracciarti.»

Mi sono chiesta cosa significasse questa frase, poi ho deciso di non spiegarmela, perché non voglio essere una di quelle che danno un senso a qualsiasi cosa si dica o si faccia.

Lo lascio così, sospeso. Un pensiero tra gli altri.

Un pensiero che, quasi quasi, desidero rimanga tale. Perché se da pensiero si trasformasse in cosa, rischierei di avere troppi cocci da raccogliere quando si dovesse rompere.