‘ndo vai, se la scatoletta non ce l’hai?

by lacapa

Al mercato delle pulci non c’ero mai stata, prima di domenica mattina.

C’è che le sigarette cominciavano a pesare un po’ troppo sulle mie finanze già misere, ché la benzina nella macchina non si paga da sola, i libri per l’Università hanno un prezzo pure quelli e la Vodafone ama dissanguarmi lentamente. Così, mi sono data al tabacco.

Una settimana fa ho comprato cartine, filtrini e materia prima, e ho deciso che avrei imparato a farmi da sola le mie sigarette. Le Benson&Hedges rimangono uno dei miei grandi amori, ma c’è crisi, come si vocifera in giro.

Che poi, ci sarebbe pure una parentesi da aprire su me che tento di rollare, e su CollegaElementare [perché eravamo compagni di classe alle elementari, non ci vedevamo da otto anni e ci siamo ritrovati a lezione di letteratura italiana] che mi spiega, serafico:

« Mi raccomando, quello che devi leccare tienilo sempre in direzione della tua bocca. »

Ma la parentesi non la apriamo, giacché si rischierebbe di scadere nella volgarità ridicola e gratuita, e il qui presente blog non è affatto noto [noto?] per questo.

In sostanza, fino a domenica tenevo cartine, filtrini e materia prima in una scatoletta di metallo che conteneva, nei bei tempi che furono, un paio di occhiali da sole alla John Lennon, una roba incredibilmente brutta con la quale amavo girare convinta di essere originale.

La scomodità della BeatleScatoletta era insopportabile. Era una sorta di parallelogramma che si reggeva su una delle basi corte, e che aveva l’apertura sull’altra base corta. Tralasciate per un momento le mie capacità descrittive, e cercate di concentrarvi sulla BeatleScatoletta.

Per posarci dentro tutto l’armamentario giocavo a tetrix, in pratica. Cartine, no. Prima il tabacco, poi i filtrini. No, cazzo. Così non ci entra l’accendino. Tabacco, cartine, accendino. Ecco, s’è chiusa. No, miseriaccia ladra, i filtrini!

Ho reso l’idea, vero?

Mi serviva una scatoletta seria, tipo quelle per le sardine dove dorme Jerry di Tom&Jerry. Secondo qualcuno, il mercato della pulci era il posto ideale per cercare un aggeggio simile.

«L’obiettivo è pagarlo non più di due euro!» Ha esordito il qualcuno di cui sopra, mentre io m’ero già persa tra le bancarelle di cianfrusaglie.

Le cianfrusaglie. Una cosa fantastica.

La gente smonta casa, si ritrova con arnesi assurdi tra le mani, spesso arrugginiti. Non sa che farne, ma non vuole buttarli. E li porta là, dove altra gente guarda, tasta, approva, ride e compra.

Tra un vinile originale di Rimmel di De Gregori e una stufa elettrica uguale identica a quella di mia nonna, c’erano suppellettili in vetro di murano, giocattoli degli anni ’70 e macchinine coloratissime che solo a guardarle sorridevo.

Poi libri e videocassette. C’era Titanic. Titanic. A me Titanic me lo regalò, in VHS, mia zia quando ero in quarta elementare. L’ho visto tante di quelle volte che il nastro s’è spezzato [mi rendo conto che dopo questa dichiarazione, così come dopo quella del concerto di Tiziano Ferro, la vostra stima nei miei confronti è calata sotto i minimi storici, però].

C’erano lampade e collezioni di monete, breviari e album di santini, scarpe rotte, pietre e valigie di cartone. Sarà stata la bella giornata, sarà stato l’umore, però m’è sembrato tutto allegro, e colorato, e vivace.

Al termine del giro, avevo conquistato [per tre euro] una scatoletta beige, leggermente arrugginita in corrispondenza degli angoli, che conteneva, non so bene quanti anni fa, ma suppongo tanti, 50 Cigars – Made in Holland.

Se proprio vogliamo essere precisi, una scritta che fa tanto vintage dice: Henry Wintermans, Cafè Créme.

Da domenica, apro la mia nuova scatoletta, tiro fuori un filtrino, me lo metto tra le labbra, poi prendo una cartina, ci posiziono sopra il tabacco, rollo un po’, metto il filtrino, rollo un altro po’ e tento di chiudere. Con risultati a dir poco fallimentari.

Però la scatoletta ce l’ho.