Un valzer impolverato

by lacapa

Tutti si domandavano che senso avesse che quella orrenda radio rimanesse inutilizzata sulla mensola sopra la macchinetta del caffè, in ufficio.
Di legno, a forma di rettangolo irregolare, aveva un rosone proprio al centro e, in basso, un paio di bottoncini che dovevano servire a sintonizzare le frequenze. Non era mai sporca, nemmeno un granellino di polvere.
Gli impiegati si comportavano come se non esistesse. S’alzavano dalle loro scrivanie, attraversavano il corridoio senza pareti tra le varie postazioni dei colleghi e arrivavano nel fondo della grande e spaziosa sala, agguantavano un bicchiere di plastica e si versavano un caffè. Sopra le loro teste, la radio osservava la scena.
Il Capo era alto ed imponente, coi capelli rossi e gli occhi verdi. Aveva la faccia lentigginosa e la fronte spaziosa: un brutto viso messo in evidenza da un taglio quasi militaresco.
Era la sede di un’agenzia d’assicurazioni. Telefoni squillavano i continuazione con trilli assordanti e sempre diversi, eppure nessuno pareva farci caso. Conversazioni a distanza chiuse ed aperte nel giro di pochi attimi, firme virtuali su contratti inesistenti.
Alle sedici-in-punto, non c’era situazione d’emergenza che tenesse, alle sedici-in-punto, con fragore sconclusionato, ogni sedia veniva spinta indietro, ogni computer spento, ogni tesserino timbrato e ogni posto abbandonato con sommo sollievo. Chi si allentava la cravatta, chi si cambiava le scarpe, chi accendeva il cellulare, chi prendeva dalla ventiquattrore le chiavi dell’auto posteggiata fuori, in pieno divieto di sosta.
Quando la grande stanza rimaneva vuota e immersa nella penombra delle luci spente, una porta di legno sulla destra si socchiudeva. Il Capo controllava che tutti fossero andati via, usciva dal suo regno e, lentamente, arrivava nello spazio vuoto davanti alla macchinetta del caffè. Allungava un braccio, premeva un pulsante e accendeva la vecchia radio. Tutt’intorno si spandeva la melodia di un valzer viennese.
Il Capo s’inchinava al nulla, tendeva una mano all’aria e, dolcemente, domandava:

<< Vuole concedermi questo ballo? >>

E poi volteggiava, da solo, per ore ed ore, fino a notte inoltrata. Ballava col fantasma di una bella dama che nessuno, eccetto lui, avrebbe mai potuto stringere. In quei momenti, quasi metafisici, si sentiva felice.