Piedi gelati

by lacapa

Quand’ero bambina, la mia nonna materna era per me un’istituzione.

Nonnina era energica e volenterosa e, ogni volta che la vedevo, aveva sempre una buona parola per me, una caramella, un giocattolo nuovo, un rimprovero o, semplicemente, un abbraccio. Il mio nonno materno praticamente non me lo ricordo: so solo che è venuto a mancare il giorno del mio compleanno di quando io ero proprio piccolissima, dopo una lunga malattia che, a poco a poco, l’aveva logorato.

Casa di Nonnina, per LaCapa bambina, era una specie di paradiso. Una piccola villetta raccolta, luminosa, con un giardino pieno di fiori profumati e agrumi colorati, e un archetto dipinto di bianco dal quale scendevano grappoli di ottima uva rossa e bianca. C’erano le rose, che Nonnina potava appena sbocciate con l’unico scopo di donarle alla sottoscritta, c’era la gatta quasi sempre incinta di nuovi e graziosissimi cuccioli, c’erano le coccinelle che mi facevano tenerezza, c’era la TV del pomeriggio accesa su Sentieri, una specie di soap opera infinita, o su Forum.
Nonnina sedeva al sole, inforcava gli occhiali e si metteva a cucire all’uncinetto dei graziosissimi vestiti per i miei bambolotti, o delle calze di lana per me, che ho sempre sofferto il freddo di notte, avendo perfino i piedi gelati.

Io la imitavo, fingevo di cucire e rammendare o, il più delle volte, rimanevo in silezio a guardarla.

Mio zio, fabbro, teneva tutti gli attrezzi del mestiere accanto al giardino: limatura, sbarre di ferro, dischi che girano veloci veloci e poi tagliano il metallo come fosse pane, acqua ragia, acidi vari, martelli, chiodi, accette. Un armamentario niente male.
Anche quelli, a mio parere, erano giochi piazzati là con l’unico scopo di farmene godere. Non mi spaventava nemmeno ZioFabbro, a cui mancava un dito e che profumava sempre di acciaio fuso.

Quella casa era il centro del mondo. Avevo un’amica che abitava a pochi passi dal mio palazzo e quando lo venni a sapere, risposi:

<< Sì, so dov’è. Vicino casa di mia nonna. >>

In realtà, ci passavo con la macchina quando stavo per andare da Nonnina, quindi assimilavo le due cose.

Correvo, giocavo all’hula hoop per interminabili pomeriggi con Sorella, ci sfidavamo a chi riusciva a reggere più a lungo il ritmo. Saltavo con mio fratello, scommettendo su chi di noi due, con la punta delle dita, sarebbe riuscito per primo a toccare il filo su cui Nonnina stendeva i panni.

Ce ne fregavamo di Madre che urlava di fare attenzione, e di Nonnina che si augurava che noi non cadessimo.

Ora, a casa di Nonnina non ci entro quasi mai. Generalmente, la passo a prendere e la porto a casa mia, per non farla stare da sola, per passare del tempo con lei.

Ieri, dopo non so nemmeno io quanto, ho fatto un giro in quella villetta.

Ho visto le pareti screpolate per via dell’umidità, le foto ingiallite alle pareti, la televisione rotta, senza Sentieri, senza Forum. Ho sentito odore di chiuso, ho visto le tapparelle abbassate e le camere non usate in penombra.
Il materiale da lavoro di ZioFabbro invadeva quasi tutti gli spazi che io, meno che seienne, usavo per divertirmi con Fratello e Sorella. Il giardino selvaggio e quasi incolto, con pochi fiori. Dell’uva, è rimasto solo l’archetto arrugginito e desolato. La gatta e i micini?
Ogni tanto passano, mangiano, e poi scappano via, diffidenti.

Ho visto un ombrello di tutti i colori dell’arcobaleno, bucato e slavato. Era il mio preferito. Mi piaceva che piovesse solo perché potevo andare a scuola e mostrare a tutti il mio bellissimo ombrello multicolor. Era in un angolo, per terra. Sopra, il filo che Nonnina usa ancora per mettere ad asciugare i suoi vestiti. Stavolta, non ho dovuto saltare per toccarlo, bensì abbassarmi, e pure di molto, per passargli sotto senza sfiorarlo.

Nonnina, ieri, stava seduta al sole.

Io: << Nonnina, andiamo? >>
Nonnina: << Un attimo, LaCapa, devo finire una cosa. >>

Nonnina nasconde in grembo quello a cui stava lavorando, si china, prende da un cesto di vimini una forbice e, tutta soddisfatta, dà una spuntatina ad un filo. Rimette la forbice al suo posto, si alza e stringe tra le mani un piccolo tesoro.

Nonnina: << Tieni, LaCapa, ti ho fatto un paio di calzette di lana. Così, la notte, non senti freddo ai piedi. >>

Sorride sdentata e gli occhi le brillano.
Come sempre e da sempre.