Meglio chiudersi in casa

by lacapa

Ci sono settimane che è meglio chiudersi in casa, poiché una sfiga cosmica perseguita te ed i tuoi parenti, senza possibilità alcuna di scampo.

In queste settimane, ci sarebbe solo da stare sotto le coperte, con le luci spente e le porte chiuse, senza aggeggi elettronici accesi né possibili fonti di pericolo.
A qualcuno, però, la vita monastica non piace, così si muove e, per spostarsi da un angolo all’altro della città, usa i mezzi di cui è proprietario.

La mia famiglia, in questo senso, è attrezzata più che bene: tra Vanda [la mia Panda], Dina [la Pandina di Madre], Freccia [il motorino omosessuale], Calabrone [il motorone da rimorchio] e Macchinone [l’auto di Padre], potremmo aprire una concessionaria.

Non li usiamo, ma ci sono.

Macchinone, ad esempio, è stato il classico colpo di testa di Padre che, attratto dalla linea e dal colore, non ha saputo resistere. Esce dal garage una volta all’anno ma, a Padre, quella unica volta basta per sentirsi orgoglioso del suo acquisto.

Calabrone fa compagnia a Macchinone, a meno che Sorella non senta l’esigenza di farsi vedere all’Università, così gli fa prendere aria giusto per non farlo morire nella sua clausura.

Freccia è storico. Ha dodici anni e fila come fosse nuovo. Ha portato a scuola Sorella, me e, adesso, Fratello.

Dina è storica più di Freccia. Ha quindici anni e manifesta i primi segni di senilità, eppure Madre la guarda come fosse una quarta figlia e la tiene lucida e pulita, con passione e costanza.

Vanda è Vanda, l’avete letta nascere, le siete affezionati quasi quanto me.

Questa grandiosa mole di mezzi, grazie alle doti dei legittimi guidatori, s’è mantenuta splendidamente bene, per la tristezza delle assicurazioni e la gioia della famiglia.
Poi è arrivato il 27 Ottobre, lunedì.

Lunedì. Quando il lunedì è da cancellare, meglio incatenarsi al comodino e non farsi vedere in giro.

Madre, in una strada stretta, avendo la precedenza, s’è vista sfrecciare accanto una giovane auto nera che, per la poca voglia di rallentare la propria corsa, ha spaccato lo specchietto retrovisore di Dina, facendo esplodere il vetro le cui schegge, a causa del finestrino abbassato, sono andate a conficcarsi ordinatamente nel viso della mia genitrice. Niente di grave, figurarsi. Solo un labbro superiore a brandelli, e qualche grazioso cratere chic nel mezzo della faccia.

La sottoscritta, martedì, incolonnata nel traffico post-lezione-universitaria, attendeva che il flusso di mezzi si muovesse, immobile. Quando… Bam! La cintura di sicurezza evita che io sbatta la testa contro il volante, eppure mi ci vogliono un paio di secondi per realizzare che un pirla, alle mie spalle, mi aveva tamponata.
Tiro il freno a mano, spengo la sofferente Vanda e scendo in strada, con lo sguardo di una che, se avesse avuto una mazza da baseball in mano, l’avrebbe usata. Vanda se l’è cavata con un graffio minimo al paraurti, ma l’auto del pirla non ha più un fanale. E la cosa mi aggrada.

Fratello, mercoledì, tornava a casa su Freccia. ll tizio nel mezzo davanti a lui s’è scordato di mettere la freccia prima di tagliargli la strada, frenando all’improvviso per imboccare la traversa desiderata. Fratello ci ha provato a fermare Freccia, ma non ci è riuscito. S’è ritrovato sotto ruote sconosciute, col motorino rovesciato sull’asfalto e il casco ancora in testa. Freccia, vecchio come il cucco, era illeso. Lo stesso non si poteva dire della fiancata dell’auto del tizio. Fratello, dopo aver esplicato le operazioni del caso, s’è rimesso in sella ed ha concluso il suo percorso. Appena ha varcato la soglia di casa, s’è messo a piangere. Era un quindicenne spaventato, a cui tremavano le mani.

Ancora io, giovedì, ero all’Università. Per non so quale fortuna sfacciata che mi bacia ogni mattina, Vanda ha il suo posticino definito che, puntualmente, si libera esattamente prima del mio passaggio, delle dimensioni perfette per farmi entrare senza sforzo di sorta. E’ un posto ottimo, per nulla precario. Le vie del centro, però, sono strette. Dopo il corso di linguistica italiana, torno dalla mia bella Vanda. Fiancata sinistra, in basso. Striscia bianca, graffio profondo. Bestemmia. Seconda bestemmia. Calendario completo di imprecazioni.

Oggi, Venerdì, mi sono mossa con Freccia, giacché Fratello ha deciso di non svegliarsi. Posteggio fuori dalla mia facoltà, passo due ore ad ascoltare inutili e noiose discussioni su argomenti che, pur piacendomi infinitamente, sono presentati in maniera orrenda, e torno da Freccia. Sì, bè, Freccia è vecchio, ma ha ancora tutti i pezzi originali, Aprilia puri e veri.
Mancava una presa d’aria. Così, una presa d’aria. E non è una di quelle cose che si staccano casualmente. Qualcuno s’è messo d’impegno e ha tirato via la presa d’aria. A che pro? Questo non mi è dato saperlo.

So solo che la settimana, ancora, non è conclusa. Stasera dovrei uscire, e la cosa mi turba. Domani, qualora mi venisse in mente di allontanarmi da casa, prenderò l’autobus, anche se dovessi rimanere per ore e ore alla fermata, in attesa.

C’è anche domenica. In due giorni, può succedere qualsiasi cosa.