School in action

by lacapa

Ho letto un articolo bellissimo su Repubblica.it. Di Curzio Maltese.

Sapete perché l’ho trovato bellissimo? Perché alla fine mi sono commossa. La protesta studentesca ha senso, è reale, è forte. E’ un movimento che non ne vuole sapere di tacere, di lasciarsi andare, di farsi dimenticare in pochi giorni.

Aule occupate, cortei che attraversano cortili di facoltà e vialoni centrali di città addormentate e disinteressate.

I ragazzi e i grandi, tutti assieme, lottano per un futuro messo in ginocchio dalla riforma Gelmini e dalla finanziaria di Tremonti.

Ci sono anch’io, coi miei jeans tutti interi, le mie magliette normali. Non porto la kefiah, io. Amo De Andrè, De Gregori, conosco a memoria "Qualcuno era comunista" di Giorgio Gaber, ma ho votato Di Pietro. Porto le Converse, guardo Annozero, stimo Travaglio. Sono pro-satira e anti-clericale.
Ho letto il testo originale della Gelmini, per intero.

Non frequento i collettivi universitari, né le riunioni della Federazione Giovani Comunisti Italiani. Non ho letto i libri di Che Guevara, ciò nonostante ne conosco ottimamente la biografia. Lo ammiro, sì, però non è un dio.

Io ho gli occhialetti da vista, piccoli, e un quaderno di appunti fitto di informazioni prese dall’inizio delle lezioni ad oggi.

Non vedevo l’ora di arrivare all’Università, quand’ero più piccola. Significava tanto, per me. E significa ancora le stesse cose. Significa riscatto, ambizione, speranza, sogni, incertezze, desideri.
Ho un fratello e una sorella [universitaria anche lei], mia madre fa la casalinga. Nel giro di pochissimi giorni ho speso 500 €. La sola tassa d’iscrizione è costata 300 €, poi le fotocopie, i libri da comprare nuovi perché scritti dai professori che mi esamineranno, le spese collaterali.

Mio fratello fa il liceo. I suoi libri, le sue tasse, le sue spese collaterali.

Non è facile, e pesa. Pesa a me e, soprattutto, a mio padre che quando Dearfriend Ballerina è partita e mi ha vista piangere, con gli occhi rossi, mi ha chiesto di perdonarlo perché non si è potuto permettere di lasciarmi andare a rincorrere le mie aspirazioni altrove.

L’Università è cultura. Ed è per questo che vuole essere messa a tacere. E’ più facile governare un popolo d’ignoranti, piuttosto che un popolo di gente colta e ben informata, gente che ha coltivato uno spirito critico e che ne fa uso in continuazione.

Io sono di sinistra, ho diciannove anni e sono disillusa.
Non ci spero nel grande cambiamento, nella coscienza comune, nello Stato democratico.

Eppure, nella mia facoltà, a Catania, le lezioni le ho saltate per manifestare il mio dissenso. E come me, hanno fatto in molti, purtroppo non tutti.
Ho partecipato e parteciperò alle lunghe marce, intonando cori di protesta e ascoltando chi, con un megafono in mano e la rabbia in petto, griderà le sue ragioni.

La scuola è degli studenti e dei professori, di chi ci passa dentro la maggior parte delle sue giornate, di chi contribuisce quotidianamente al suo sviluppo e alla sua evoluzione.

La scuola non è di un Ministro che si è abilitato a Reggio Calabria ma ha affermato che al Sud l’istruzione è la peggiore d’Italia.

La scuola è degli extracomunitari stabilitisi in questo Paese, nella stessa misura di quanto è degli italiani.

La scuola non è razzista, non ghettizza, non esclude, non rinchiude.

La scuola è degli insegnanti di sostegno, del personale ATA, dei genitori che passano a riprendere i figli alle quattro del pomeriggio, giacché li hanno lasciati a fare il tempo pieno coi loro maestri.

La scuola non è un investimento a fondo perduto.

La scuola deve essere migliorata, e miglioramento non è sinonimo di privatizzazione.

La scuola deve essere difesa. E che mandino pure l’esercito: significherà soltanto che la voce della gente comune conta. E spaventa.