Carta straccia

by lacapa

Quando ho dato il soprannome a Redastrega, l’ho fatto perché nella mia immaginazione aveva assunto dei connotati quasi fiabeschi. Era prima della prima [scusate il gioco di parole] riunione di redazione.
Da allora ad ora è passato un mese più o meno esatto, ho saltato una riunione e, su due numeri che sono usciti nel frattempo, ho pubblicato due pezzi.

A Redastrega, finora, i miei scritti son sempre andati bene, suppongo senza acuti di stile o di piacevolezza, ma orientativamente pubblicabili.

La rivista, finora distribuita gratuitamente, sta per fare un salto di qualità: alla modica cifra di 1,30 euri, sarà acquistabile in edicola.

Redastrega, forse nervosa per la prova di marketing che il suo parto sta per affrontare, oggi, durante la consueta riunione del lunedì pomeriggio, mi ha fatto capire di essere stata profetica nella mia immaginazione.

E’ una ragazza giovane, poco più che venticinquenne, che sguazza nel giornalismo da prima del diploma. E’ mediamente alta, magra, bionda, vivace.

Nell’odierno meeting, ha sfoggiato una magliettina nera a maniche corte, una gonna blu lunga fino a metà polpaccio, con le pieghe, un paio di calzettine azzurre e un paio di modestissime scarpe dal vago sapore sadomaso di colore viola/prugna con tacco 12 cm.

Redastrega, coi capelli lisci lisci e un cerchietto nero, aveva in mano un blocchetto di articoli.
Ne prendeva uno, con l’indice selezionava il fortunato vincitore del rimprovero, e si lanciava in una accorata demolizione del pezzo in questione.

Passava da un laconico "fa-schifo", ad un più articolato "quando-l’hai-scritto-dormivi-vero?". Qualcuno incassava il colpo col capo chino ed un silenzio penitente e contrito, qualcun’altro scoppiava in una fragorosa risata e intonava, scherzoso, un mea culpa, mea maxima culpa. Altri ancora, infastiditi, tentavano una strenua difesa del proprio operato, senza alcun successo.

Redastrega, con le unghie decorate dello stesso colore delle calzature sadomaso, sembrava una gatta arrabbiata, pronta a scattare e graffiare.

Un brano era troppo retorico, uno era da abbattere e ricostruire, quello seguente doveva essere tagliato, quello successivo era scritto coi piedi, il terzultimo era incomprensibile, il penultimo sembrava la copia di una pagina di wikipedia, e sull’ultimo non c’erano parole da spendere, solo carta da strappare.

Io, a testa bassa, attendevo d’essere pubblicamente fustigata. Nessuna umiliazione di piazza, per me. Pochi altri eletti sono usciti incolumi dall’incontro odierno, tirando un inconsapevole sospiro di sollievo.

Mentre Redastrega riduceva a brandelli gli articoli degli impotenti giornalisti o aspiranti tali, io gongolavo per la salvezza ulteriore concessami.

Redastrega, in fondo, fa il suo mestiere. Anche con le mani artigliate di viola e il numero infinito di centimetri delle scarpe da mistress.