Una donna chiamata “via di mezzo”

by lacapa

Le mezze stagioni non esistono.

"Il Visconte Dimezzato" di Italo Calvino è un libro bellissimo, ma non mi ci sono riconosciuta nemmeno per un istante.

Disconosco le mezze misure.

E’ questo uno dei miei difetti più grandi.

Ci sono persone che vivono a metà, intrappolate nella forma, impegnate costantemente a valutare i pro e i contro, a definire limiti e contorni [che sono due cose diverse], a districarsi tra i fili dell’alta tensione senza farsi sfiorare dalla minima scossa elettrica.

Io non sono tra queste. Io indosso maglioni di due taglie più grandi, pantaloni maschili, mi butto a capo chino in quello che mi piace, supero il limite, e i contorni della mia vita sono solo tratteggiati, di quelli che tra una striscia e l’altra c’è il vuoto, e io in quel vuoto ci vivo, tremando perché tengo in mano i cavi dell’energia elettrica che, per quanto mi uccidano, mi fanno sentire dannatamente vera.

 Ho quasi diciannove anni e, a differenza di quasi tutte le persone che conosco, sono fermamente convinta che anche soffrire e star male siano sensazioni che meritano di essere vissute fino in fondo, perché poi passano ma lasciano dietro di sè un bagaglio di esperienze che torna sempre utile quando parti all’improvviso.
Le situazioni che non hanno futuro pare siano quelle che preferisco, perché sbatto sempre contro lo stesso muro e, nonostante io pianga per la botta, adoro il vento sulla faccia quando corro incontro alla parete solida.
Sono fatta così, non ci posso fare niente.

E sono felice di questo, giacché conosco a fondo me stessa, anche se gli altri si mantengono un grande enigma.

Nonostante questa instabilità cognitiva, nulla traspare dal mio carattere. Non mi arrabbio, non mi deprimo troppo. Mi rassegno. Sono una che si rassegna.
Riesco a guardare me stessa dal di fuori, ogni tanto, e a comportarmi di conseguenza. Praticamente, prendo tutto con ironia. E che ironia.

DearLowe sostiene che non ci sia nulla di più divertente di me quando mi prende lo "sclero", ovvero un momento di intensa autocommiserazione  condito da smorfie, vocalizzi, battute e caricature mediante le quali esprimo un po’ di sana cattiveria repressa, causando l’ilarità generale.

Passato lo "sclero", torno quella di sempre.

Tendenzialmente sono una persona allegra, ma non ditemi che sono una ragazza allegra, ché la cosa non mi piace mica tanto.
C’è stato un periodo della mia vita in cui un numero alto di esseri umani incrociati per gioco e per caso mi hanno definita una "ragazza allegra".
E una volta, e due volte, e tre volte, e quattro volte…

Ne discutevo, non ricordo in che particolare occasione, con Miamiglioreamica. Le dissi che cominciavo a stancarmi che la gente mi ritenesse una "ragazza allegra".

Io: << Da "ragazza allegra" a "ragazza facile" il passo è breve, no? Immagina chi non mi conosce. Cioè, pensa un attimo alla seguente scena: qualcuno mi presenta ad un amico. "Lei è LaCapa, una ragazza allegra". Non è fastidiosissimo? >>
Miamiglioreamica: << Hai ragione, ti dovrebbero presentare: "Lei è LaCapa, una completa idiota". >>

La presentazione prospettata da Miamiglioreamica mi è sempre sembrata la migliore per descrivermi in tre parole.

LaCapa, una completa idiota.

La completa idiota ascolta da una settimana la stessa canzone almeno venti volte al giorno.
Appena accendo il pc la faccio partire, è la mia prima azione da computer-dipendente.

L’ho fatto anche oggi.

Sorella: << LaCapa, hai scartavetrato i coglioni con questa cazzo di canzone. >>

Era esasperata, povera Sorella. E’ uscita a fare un giro solo per non sentire ancora e ancora e ancora e ancora la voce di Matthew Bellamy che, dolce come in poche altre occasioni, dichiara a qualcuno il proprio eterno amore.

You could be the one who listens to my deepest inquisitions.
You could be the one I’ll always love.

Unintended è un capolavoro, dovete concedermelo.
Le sonorità sono malinconiche, tristi. E io sono felice.

Ho cambiato il template del blog. Questo nuovo lo odio profondamente, non mi piace, ma è più funzionale dell’altro e ci ho lavorato tanto, quindi resta.

E’ incolore, apatico. E’ scialbo.
Però è semplice. Io adesso mi sento semplice.

Sapete? Ho cominciato a scrivere qui per allenare il mio stile, per migliorare la mia scrittura, per capire se a qualcuno piacesse il mio modo di raccontare.
La scelta di usare tantissimo i dialoghi è stata un po’ forzata. Io amo le descrizioni, specialmente quelle dei colori. Ogni volta che mettevo mano ad un racconto, finivo per scrivere interminabili pagine di sfumature, e adoravo farlo. Le conversazioni, però, mi riuscivano scarne e poco incisive.

Dopo più di un anno di discussioni riportate, non credo di essere migliorata.

C’è una cosa, comunque, che ho perso per strada: la capacità di disegnare con le parole. Non che l’abbia mai avuta sul serio, solo che un po’ mi era propria.

Adesso non più.

Che strano post m’è uscito. Credevo di dovervi spiegare qualcosa, ed ho finito per raccontare me stessa.

Perdonatemi.