Rotelle fuori posto

by lacapa

Diluvia. Fuori diluvia. E la finestra della mia camera è aperta.

Sorella: << Piove? >>
Io: << No, sono solo due gocce. >>

Dai vetri appannati vedo la strada che si allaga, piano piano.

Sorella: << Ah, due gocce. >>
Io: << Sì, due gocce. >>

Fratello, dall’altra stanza.

Fratello: << Piove? >>
Sorella: << No, sono solo due gocce. >>
Io: << Sì, due gocce. >>

Madre, in una terza stanza.

Madre: << Piove? >>
Fratello: << No, sono solo due gocce. >>
Sorella: << Sì, due gocce. >>
Io: << Copyright. >>

Inizia a grandinare, la finestra della mia camera è ancora aperta e mi arriva un po’ d’acqua sulle spalle.

Io: << C’è freddo. >>
Sorella: << Mica tanto. >>
Io: << No, fa freddo. >>
Sorella: << Mica tanto. >>

Fratello, dall’altra stanza.

Fratello: << Voi non sentite freddo? >>
Io: << Mica tanto. >>
Sorella: << No. >>

Madre, in una terza stanza.

Madre: << Che avete? Freddo? Ma le avete chiuse le finestre? >>
Fratello: << Non ho freddo. >>
Sorella: << Nessuno ha freddo. >>
Io: << La finestra è chiusa, Madre. Tranquilla. >>

Finisce di grandinare. Smette anche di piovere. Mi alzo dalla scrivania dove sto giocando a Pac Man, e chiudo le imposte.

Io [rivolta a Sorella]: << Sai, dovesse piovere. >>

Sorella: << Meglio essere previdenti. >>

L’apatia pomeridiana è impossibile da smuovere. Come un mantello di velluto pesante avvolge casa, rendendo me e la mia famiglia quasi degli automi al servizio della sonnolenza. Fratello gioca di ruolo su internet, e maledetta io quando gli ho spiegato cosa fossero i gdr; Sorella sonnecchia incurante sul letto, con il libro di microbiologia aperto sul petto e il cellulare in mano, in attesa che suoni svegliandola di soprassalto; Madre, con Cane al seguito, alterna uno sguardo annoiato tra la televisione che trasmette non-so-cosa e un libro che mi dà l’impressione di essere uno di quei mattoni orrendi ed illeggibili.

Io ho vaghi e vacui pensieri: dovrei farmi una ceretta alle gambe, inoltrarmi nella lettura de "Il lercio" di Irvine Welsh, scaricare da internet il calendario delle lezioni all’Università, verificare che quello che ho scritto oggi nel saggio della prova di ammissione alla Scuola Superiore fosse corretto, aprire il libro di filosofia nella remota eventualità di aver passato lo scritto e di essere convocata all’orale, formulare le domande per un’intervista ed inviarle, telefonare alle Dears, portare fuori il cane, andare a comprare gli assorbenti al supermercato, andare a ritirare il certificato di diploma al mio vecchio liceo, compilare un paio di curriculum vitae da consegnare alla Rinascente e alla Coin per fare la commessa il sabato e la domenica, controllare la data e l’ora della prossima volta che all’Arena, per un euro o poco più, daranno "Gomorra", ordinare la mia scrivania, installare Skype, trovare un’idea regalo decente, parlare con Profia, recuperare le ore di sonno perse…

Mentre lotto per non annegare in questo mare di parole insignificanti, Sorella si riscuote di colpo, spalanca gli occhi, mi punta un dito contro e afferma, sicura:

<< Se ti ammetteranno alla Scuola Superiore, smontiamo la tua scrivania, spostiamo la libreria, uniamo i nostri due letti, bruciamo tutti i tuoi libri e poi, quando finalmente te ne sarai andata di casa, avrò uno spazio soltanto per me. Sarà bellissimo. >>

Formulata la sentenza, Sorella si tuffa nuovamente sul cuscino come se non avesse detto niente.

L’apatia pomeridiana fa saltare qualche rotella.