Grande festa alla Corte di Francia

by lacapa

Il colloquio, se colloquio si può chiamare, è andato bene. Sì, è andato decisamente bene.

Della presentazione che m’ero preparata non ho detto nemmeno una parola, e la RedaStrega non era tanto strega, bensì una donna iperattiva ed energica, piena di idee ed esplosiva. Avrebbe potuto mettermi in soggezione, se non fosse stata così simpatica.

Il guaio è che, forse, la RedaStrega, venerata dall’intera equipe di giornalisti che compone un seguito degno di Maria Antonietta, non s’è ben resa conto di avere di fronte a sé una diciottenne [quasi diciannovenne] fresca di diploma e non ancora universitaria.

RedaStrega, cogliendo una mia osservazione buttata là solo per non tacere, mi ha assegnato un servizio. Così, tiè. Un servizio.

E io non ho la più pallida idea di come si gestisca un servizio. So che dovrò fare telefonate, e parlare con responsabili, e andare in uffici, e documentarmi su argomenti che non ho mai affrontato prima.
So tutte queste cose, ma non immagino nemmeno da dove dovrei cominciare.

In un paio di settimane, però, non è un lavoraccio. In un paio di settimane posso andare dove devo, ottenere le informazioni che mi servono, bussare alle porte giuste e scrivere un pezzo decente. Un primo servizio degno di tale nome, che mi soddisfi.

Due settimane.

Non due giorni.

Sì, perché io ho due giorni. RedaStrega attende una mia telefonata tra quarantotto ore, e la puntualità è essenziale, affinché io le esponga le conclusioni alle quali sono giunta e la aggiorni sulla quantità di parole che la mia testa ha partorito.

La rapidità, signori e signore, la rapidità.

Che fa rima con qualità, ma è inversamente propozionale ad essa. Però, se voglio fare la giornalista, rapidità e qualità dovranno andare di pari passo, seppure la cosa mi paia momentaneamente impossibile.

Sessanta/settanta articoli, e potrò stringere tra le mani il tesserino da giornalista pubblicista.

Due anni di lavoro nella loro redazione, mi hanno detto.

Quasi quasi…