Romanzi incompiuti

by lacapa

E mi sono resa conto che, praticamente, sono settimane che parlo soltanto dei fatti miei. Cioè, questo è un blog personale, indi è normale che vi racconti le mie paturnie, però vi ho abituati anche ad altri argomenti, credo.

In realtà, non so più che piega voglio che prenda questo spazio. Voglio un blog impegnato? Non credo proprio. Voglio un blog futile? Nemmeno. Voglio un blog a tratti futile a tratti impegnato? Negativo.

Forse voglio un blog esattamente come questo.
Mi sono riletta. Ho riletto me stessa, dall’inizio all’ultimo post.
Mi sono stupita. Di me, dico. Ho trovato qualcosa di bello. E lo so che questo essere autoreferenziali non vi piace, eppure… Sì, tra le mie proprie parole ne ho trovate alcune che mi hanno emozionata come quando le ho scritte. Molte non me le ricordavo nemmeno.

Passavo da una frase all’altra e mi sembrava di sfogliare le pagine del mio romanzo mai compiuto.

Vi ho raccontato più di un anno di vita, e l’ho fatto riportando conversazioni, descrivendo attimi, riassumendo eventi.

Mi sono sentita dentro "Il favoloso mondo di Amélie".

A proposito.
Ieri pomeriggio, approfittando del mio essere malaticcia [esagero: sono semplicemente un po’ fiacca, senza voce, con mal di testa, mal di gola e mal di stomaco], mi sono data alla cinematografia e ho optato per quello che mi era stato descritto come una specie di capolavoro.

Amélie Poulain è un personaggio meraviglioso.
Lei vive in questo suo fantastico pianeta che gira al ritmo di Yann Tiersen, raccoglie pietre da far rimbalzare sull’acqua, aiuta gli altri ad essere felici [perché il giorno della morte della principessa Diana ha avuto un’illuminazione] e s’innamora di un giovane che in realtà non conosce, tale Nino, ma che a suo parere è esattamente come lei.

E’ troppo facile dire "Amélie c’est moi", neanche fossi Flaubert che parla di "Madame Bovary".
Amélie è talmente affascinante che potrebbe essere chiunque, mica me soltanto.

Mi chiedo dove volessi arrivare quando ho cominciato a scrivere questo post. Non lo so più.

Sono confusa.

Torno ad ascoltare il podcast del New York Times, nella speranza vana di riconquistare un po’ di familiarità con l’inglese per superare almeno il test orale della Scuola Superiore.

Studiare col caldo dell’estate brucia troppe sinapsi. Ne converrete.