Hello, my dear

by lacapa

Qualche mese fa, su internet, cercai bandi per concorsi di letteratura. Ne trovai uno soltanto che avrebbe potuto definirsi interessante. Il tema era l’amore, per la precisione, una lettera d’amore. Mi misi davanti al pc e rimasi ad osservare lo schermo bianco di Word, per ore. Pensai che non era la giornata adatta, spensi il computer e mi feci una bella dormita. L’indomani, la stessa situazione. Foglio bianco.
"Caro amore mio". No, che incipit orribile. "Ti odio". No, una lettera non può cominciare con un’affermazione di questo tipo. Niente. Mi sono scervellata ancora, eppure nulla.
Ci ho messo una settimana, una intera ed intensa settimana, e non sono riuscita a sfornare nemmeno una parola. Non sono in grado di scrivere lettere d’amore; io che ho amato ma non ero riamata, io che ero amata ma non ho riamato, io che pretendo troppo, io che non pretendo affatto, io che gioco con i sentimenti degli altri senza saperlo, io che credo sempre che gli altri siano pronti a fare lo stesso coi miei.

Stanotte, non sono riuscita a dormire. Cioè, non sono riuscita a riprendere sonno dopo essermi svegliata più o meno alle tre del mattino. Avevo fatto un sogno.
Ho passato qualche ora angosciata, convinta che la mia visione onirica fosse la pura realtà. Convinta di non essere in grado di esprimermi. Quale scrittore non riesce a parlare d’amore? Quale scrittore non riesce a scrivere una stupidissima lettera?

Forse, lo scrittore che non ne ha mai ricevuta una.

Le parole, per me, hanno il valore che hanno per chi di esse ha sempre vissuto.

Regalami una storia. Tu, che mi ami, regalami una storia. Tu, che mi ami ma ancora non lo sai, regalami una storia. Regalami la storia più bella che tu sia in grado di raccontare. Regalami le frasi più dolci che tu sia in grado di concepire. Non regalarmi la banalità di quanto io sia speciale, o di quanto mi ami. Regalami l’originalità del tuo sentimento ignoto, regalami il sospiro di quando mi pensi, regalami il sorriso causato dai miei difetti, regalami la rabbia della tua gelosia, regalami le lacrime della nostalgia, regalami l’imbarazzo del bacio dato ad un’altra pensando a me, regalami il piacere delle tue notti, regalami l’ironia delle tue battute, regalami il sussurro delle parole di quella canzone, regalami la descrizione di quando mi scosti i capelli dal viso e io non sono mai stata così felice, regalami i petali di un fiore che non è vellutato quanto la mia risata. Regalami le bugie di quello che non sono e che tu credi che io sia.

Regalami una storia. Tu, che non mi ami, regalami una storia. E lascia che io mi innamori di te, anche se sei già di un’altra. Lascia che io mi tenga stretta la tua storia, che è solo mia, scritta per me.

E io, dal canto mio, ti porto in dono l’unica lettera d’amore che io abbia mai scritto. E la porto proprio a te, che esisti, ma forse neanche troppo.

Ciao,
quale migliore inizio? Ciao, è un saluto che ha il sapore dell’inizio, soltanto dell’inizio. Come stai? Spero bene, ma sul serio. Non è il solito "come stai?" di chi non ha niente da dire. E il "come stai?" di chi è davvero interessato, di chi ha bisogno di sapere veramente come stai.
Ieri sera mi sono chiesta che fine avessi fatto, e poi mi sono risposta che non importa che fine tu abbia fatto, l’importante è che tu abbia cominciato. Che tu abbia cominciato la tua giornata, che tu abbia ricominciato la tua vita, che tu abbia cominciato ad essere felice ancora, e ancora, e ancora.
Vorrei trovare qualcosa di interessante da dirti: potrei raccontarti del prodotto interno lordo italiano, o del campionato di basket NBA, o dell’ultima maniera di cucinare le cipolle inventata in Francia. Se tu volessi sapere una di queste cose, io m’informerei e poi, accoccolata tra le tue braccia, te le racconterei, come si trattasse di un romanzo d’autore.
Oggi sono andata al mare, però l’acqua era sporca, il sole oscurato dalle nuvole e tirava vento. Mi sono fermata per qualche ora, ho fumato qualche sigaretta, ché è tutta salute, e poi son tornata a casa. Lungo il tragitto, mi è capitato di pensare a noi. Non che fosse una novità, solo che ci ho pensato con più intensità di altre volte. Mi sono scoperta con un paio di lacrime che facevano capolino nei miei occhi e il piede schiacciato sull’acceleratore. Menomale che la strada era libera. Non ti preoccupare, ho subito rallentato.
Scrivo per spiegarti un concetto semplice, una cosa da poco, senza alcuna pretesa. Scrivo per dirti che ti amo, non con tutto il mio cuore, e neanche con tutta me stessa. Ti amo con la testa. Perché è facile amare con la milza o coi polmoni, è facile amare con le cosce o con la pancia, è facile amare con le labbra e coi capelli, ché se pure stanno sulla testa non sono dentro la testa. Perché io ti amo col cervello, che è la sede della razionalità, a quanto dicono. Come il cuore è la sede del sentimentalismo spicciolo.
Ti amo con la ragione che mi dà la certezza che non riuscirei più a vivere se, avendoti avuto, non ti avessi più. Con la stessa ragione che mi fa pensare al nostro passato e al nostro futuro, e mi fa dire che è stato bello, e ancora più bello sarà. Ti amo in un universo sconosciuto, senza Marte o Venere. Ti amo in un posto dove c’è un solo pianeta, quello dove abitiamo insieme in una grotta fatta di cristalli e di desideri.
Amo la tua voce quando ti arrabbi, amo il modo in cui mi guardi, come ti brillano gli occhi e so già a cosa stai pensando. Amo la tua nuca, quando sei chino su un libro interessante. Amo come prendi accendino e sigaretta, e la smorfia che fai quando tiri la prima boccata.
Ti amo perché sei il più grosso bugiardo che io abbia mai conosciuto, perché mi dici "sei bellissima" pur sapendo che non è vero, ti amo perché mi nutri delle illusioni di cui tu stesso ti nutri.
Lo so che non mi credi, visto che non mi hai mai sentita dire qualcosa del genere. Mi rendo conto che per te, tutto questo, possa essere nuovo.
Ti amo in musica, chè se sette note si coniugano a formare melodie sconosciute, noi due soltanto suoniamo una sinfonia delicata ed intensa. Ti amo coi colori dell’arcobaleno, meraviglioso dopo una giornata di pioggia intensa. Ti amo, e sono cinque lettere che raccontano un mondo di respiri che si compenetrano.
Sono tante, queste parole. E sono facili, affinché non si nascondano dietro doppi significati o ambiguità di sorta.
Sono morte, queste parole. Proprio perché sono parole, inchiostro nero su pagina bianca, sgualcita.
Sono finite, queste parole. Non ho la più vaga idea di cos’altro potrei dirti, dal momento che mi sono svuotata, come un contenitore che ha gettato al vento tutto il suo contenuto, il quale si è perso nell’aria ed è approdato in luoghi lontani dallo sguardo e dal pensiero.
Ciao, un finale degno dell’apertura, in fondo.

Temporaneamente solo tua,
LaCapa