Cronache berlinesi – 1 di 2

by lacapa

Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 18:20.

Forse è vero che, come qualcuno sostiene, le città in cui si vive condizionano l’umore e i sentimenti. Berlino… Una città intrisa fino al midollo di storia. Guardo fuori dalla finestra e mi sento un po’ persa e confusa.

E’ una metropoli che cambia faccia ad ogni angolo di strada, e mi rende insicura. Sarà il cielo uggioso, la pioggia che riga i finestrini del pullman. Sarà che [anche quando ero a Roma è successo] mi credo partecipe della sua vita e del suo passato. Chennesò. Guardo i resti del Muro, alcuni video di quegli anni, immagini reali e realmente agghiaccianti. Berlino mi piace, oserei dire che l’adoro, ne ammiro la capacità di adattarsi e di cambiare nel giro di poco tempo. La versatilità, insomma… Qualità che sento assente in ciò che mi circonda a casa.

13 Agosto 1961: la storia del mondo è cambiata per sempre, è stata rivoltata come un calzino, per poi essere rammendata ventotto anni dopo, il 9 Novembre.

Io che avrei fatto se, d’un tratto, mi fossi trovata sola, separata dal resto del mio mondo? Mi sarei auto crocifissa sul filo spinato, cercando di ricongiungermi coi miei cari, o sarei rimasta in compagnia di me stessa, magari cercando di andare ancora più lontano? Probabilmente la seconda. Dannata me e dannato il mio carattere di merda. In occasioni come queste, i viaggi intendo, scopro di avere una specie di doppia natura. Jekyll o Hyde? Non me ne importa granché. E’ che amo stare con i miei amici, parlare, ridere, scherzare. Però, quando la strada mi scorre innanzi, le strisce bianche hanno come un effetto ipnotico, e desidero solo che non finiscano, che non s’interrompano mai. Che la strada continui.

Una metafora logora e abusata, ma non esattamente impropria. Almeno non per me, e non adesso.

Una strada lunga lunga davanti, e una breve breve dietro.

Voglio un caffè.

Oggi ho saputo, anzi, ieri ho saputo che alcune cose che mi riguardano molto da vicino sono state oggetto di conversazioni nelle quali io non ero inclusa quale interlocutrice. Una piccola umiliazione che mi ha umiliata e innervosita. Però, non so se considerarlo strano o meno, mi è scivolata addosso pure questa. Comincio a temere che l’apatia emozionale in cui mi sono rifugiata sia irreversibile.

Voglio una birra.

Dovrei scrivere una cartolina e spedirla a me stessa, con queste stesse parole. Per ricordarmi di ora, un momento in cui Jekyll e Hyde stanno tranquillamente assieme, a braccetto come due vecchi che vanno a ritirare la pensione.

Ahhh, il Governo. I soldi non bastano mai fino alla fine del mese.

La cartolina, ad ogni modo, dovrebbe concludersi pressappoco così: “Qui il tempo non è il massimo, eppure la città è bellissima.”

Ok, va bene.

Voglio una camomilla.