Questa era l’ultima volta

by lacapa

 

Oggi è il 19 Marzo 2008.

 

Sapete cosa ci vuole per spezzare il cuore di una figlia a metà? Lo sapete?

Mia madre lo sa, ma non se ne rende conto.

Vi ricordate quel racconto che ho scritto per quel concorso? Bhè, io, per scrupolo, l’ho messo in bella mostra in soggiorno. Pensavo che mia madre, spolverando, o mio padre, leggendo il giornale, l’avrebbero preso e letto, se non altro mossi a curiosità dal mio nome in lettere cubitali stampato in copertina.

E’ rimasto più di dieci giorni là, immobile. L’altro ieri ho preso anche un altro racconto, uno presentato ad un altro concorso un anno fa, e l’ho messo sotto l’altro. Ancora una volta, il mio nome spiccava in grande in copertina.

La casa è stata spolverata, i quotidiani letti man mano che arrivavano…

Stasera non li ho visti più, i due parti della mia mente.

Ho chiesto, tutta contenta, convinta che avessero almeno dato un’occhiata, trovato una sistemazione più consona alle storie di una figlia: << Dove sono i miei racconti? >>

Mia madre mi ha guardato con l’aria di chi non conosce l’argomento.

Ho ripetuto la domanda.

Stesso sguardo.

 

Io: << I miei racconti. Erano qui, dove sono? >>

Madre: << Ah, quei fogli di carta! Bhè, tuo padre li ha buttati perché causavano disordine… >>

 

Sono rimasta senza parole.

 

Io: << Ma erano i miei racconti… >>

Madre: << Che racconti? >>

Io: << I miei… Quelli dei concorsi. >>

Madre: << Quali concorsi? >>

Io: << Il concorso dell’anno scorso. Quello che dovevo andare alla premiazione ma tu non potevi accompagnarmi. >>

Madre: << Non me lo ricordo. >>

Io: << E l’altro concorso, quello di quest’anno. Quello che sono rimasta a scrivere al computer da mezzanotte alle tre, due settimane fa! >>

Madre: << Tu al computer ci stai sempre… Che vuoi che ne sappia, io? >>

Io: << Ma te ne avevo parlato! >>

Madre: << Ho altro da fare. Non posso stare sempre ad ascoltare te. >>

 

Sono una persona debole, piango. Mia madre è una persona forte, si arrabbia.

 

Madre: << Non fare la cretina. Perché piangi? >>

Io: << Mamma… Qual è la cosa più importante della mia vita? >>

Madre: << Ancora con questo discorso dell’università! Non ti ci mando a Roma… >>

Io: << Sono seria, adesso. Qual è la cosa più importante della mia vita? >>

Madre: << Tu rimani a Catania. Fuori non ti mantengo. >>

Io: << Mamma, cazzo! Non è questo. Qual è la cosa più importante della mia vita? La cosa che amo più al mondo, quella che quando ne parlo mi brillano gli occhi. Qual è? >>

Madre: << Ma non ti vedi quanto sei oca? Che è? La cosa più importante della tua vita è Marco Travaglio? >>

 

Ho pianto troppo spesso, per lei. Per il suo disinteresse, il suo menefreghismo. Il suo, e quello di mio padre.

Stavolta non singhiozzavo più, stavolta le mie parole erano chiare, stavolta il fiato non mancava. In fondo, avevo sempre dato per scontato che, almeno questo, lo sapessero. Insomma, mi hanno cresciuta. Se sono così, dovrebbe essere merito loro.

 

Io: << Marco Travaglio? Ma che stai dicendo? Mamma, sul serio. Rispondi, cazzo. >>

Madre: << Non ho niente da dire. >>

 

Mia madre ha cominciato ad urlare.

 

Io: << Mamma, tu non mi conosci… Non mi conosci per nulla. >>

Madre: << Io ci sono sempre stata per te, ti ho sempre accompagnata ovunque mi chiedessi. >>

Io: << Esserci, per te, è accompagnarmi in giro? >>

Madre: << Sei voluta andare a Roma? Ti ci ho mandata. Sei voluta andare a Lipari? Ti ho mandata anche là. Vuoi farti la gita? Ci andrai, no? Io per te ci sono sempre stata anche più che per tuo fratello e per tua sorella… >>

Io: << Roma, Lipari, la gita… Ti sfugge un dettaglio: mi hai detto che se volevo farli, avrei dovuto pagarmeli da sola. Roma sono praticamente scappata di casa. Ti ho detto che partivo una settimana prima del volo. Ho sempre fatto tutto da sola. Non mi hai mai neanche aiutata ad organizzarli. E poi, ripeto, esserci significa darmi il permesso? Un permesso che, tra l’altro, non hai più il diritto di dare. >>

Madre: << Stai dicendo solo stupidaggini. >>

Io: << Tu non sai proprio niente di me. In diciotto anni, non hai capito nulla. >>

Madre: << Io so tutto di te. >>

Io: << Probabilmente, non sai nemmeno qual è il mio colore preferito. Allora, rispondi o no? >>

Madre: << A cosa? >>

Io: << Qual è la cosa che amo fare più al mondo? >>

Madre: << Dormire, mangiare, poltrire. Non fai altro. >>

 

Ho sorriso, mi sono asciugata le lacrime.

 

Io: << Sicuramente, una madre che non sa qual è quello per cui sua figlia vive ha fallito il suo compito. E non la conosce come crede. Mamma, è scrivere. Non era difficile, lo sanno anche i muri. E tu, però, non ci sei arrivata. >>

Madre: << Scrivere? Ma che ti credi di essere? Scrivere. Prendi un foglio ed una penna e scrivi, più di questo non sarai mai in grado di fare. >>

Io: << Io, al tuo posto, mi vergognerei di me stessa. >>

Madre: << Vattene. Non voglio più sentirti parlare, per oggi. >>

 

Mia madre, mi ha fissata come se fossi un’aliena.

Scrivere, porca miseria. Non sapeva che scrivere è quello che mi dà la forza di continuare. Scrivere. E’ la cosa più semplice del mondo. Scrivere, dannazione!

I miei racconti sono finiti nella spazzatura [consona sistemazione, in effetti], senza che si siano solo preoccupati di leggerli. Mia madre e mio padre.

Oggi era la festa del papà, anche il suo onomastico.

Si è arrabbiato perché mi ha trovata in lacrime, in piena lite con mia madre, il giorno del suo onomastico, in cui tutti avremmo dovuto essere sereni.

Il quindici era il mio, di onomastico. Non mi hanno fatto neanche gli auguri e non ho detto una parola per ricordarglielo. Se lo sono scordati.

 

Scrivere, cazzo. Non lo sapeva.

Non c’erano lacrime che tenessero. Sono stata fredda, non ho lasciato che le guance mi si bagnassero ancora una volta di un pianto che né mia madre né mio padre meritano.

Scrivere, anche il più recente tra i lettori del mio blog lo sa.

 

Questa era l’ultima volta. Ho superato il limite della sopportazione possibile. Con stasera, i miei hanno distrutto ogni fragile ponte mobile che mi legasse a loro.

 

Ciò che ho, i posti dove mi hanno accompagnato, quello che mi hanno permesso di fare. E’ questo, secondo loro, che dovrebbe costituire un rapporto umano. Mi dispiace, io non tengo agli oggetti, non serbo nel cuore il ricordo dei tragitti in macchina per andare ad una festa, non sono devota perché mi hanno detto "sì" quando volevo andare da qualche parte.

Mi dispiace, veramente: a mio parere, un rapporto umano si fonda sulla stima, sulla conoscenza, sul rispetto, sulla comprensione, sulla disponibilità.

 

Mi chiedo dove le abbiano lasciate, loro, queste cose.

Mi chiedo se, a loro volta, si siano mai chiesti "ho fatto un buon lavoro con mia figlia?". Se anche l’avessero fatto non capisco come abbiano potuto rispondersi, con calma, che sono stati dei buoni genitori.

Non lo sono stati.

Oggi ho sperato, per l’ultima volta, di essermi sbagliata sul loro conto.

 

Scrivere, cazzo, scrivere.

Se avesse risposto!