When everything seems like the movies

by lacapa

Oggi vi racconto una storia, e probabilmente non vi farò ridere. Può essere anche che la conosciate poichè, in fondo, non è nemmeno troppo speciale.

L. ed A. sono due amici che, per una ragione o per un’altra, non riescono a vedersi che un paio di volte l’anno, se va bene. Nell’ultimo biennio, L. ed A. si sono sentiti raramente,  mai parlando di uscire insieme, e hanno continuato le loro vite indipendenti, senza che l’una sapesse qualcosa dell’altro, e viceversa.
Sabato, A., dopo qualche sms, chiede ad L. un appuntamento, con una data ed un orario definiti, così che non sia il solito "prima o poi".
L. ed A. decidono che lunedì sera può andar bene per entrambi.
A. passa a prendere L. sotto casa e, quando si vedono, si abbracciano a lungo perchè si vogliono bene, nonostante tutto.
L. è logorroica e comincia con un numero imprecisabile di domande sulla vita, la scuola, la fidanzata, il futuro… Dalle prime risposte di A., L. si rende conto che lui non è più lo stesso, che oltre ad essere cresciuto fisicamente, è anche totalmente diverso caratterialmente.
A. mette musica.
L. ride.
L. pensa che A. stia scherzando, non capisce perchè lo stereo manda solo musica napoletana che racconta di persone che escono dal carcere, di uomini che tradiscono le mogli o che vanno con le prostitute.
A. canta.
L. non gradisce e propone di cambiare, ma A. dice che ha solo quel genere…
I due continuano con le chiacchere. A. racconta di quando ha tradito la prima volta la sua fidanzata, di quella volta che ha litigato col padre, dell’occasione nella quale ha tradito per la seconda volta la sua fidanzata, del suo lavoro.
L. non capisce, pensa che A. voglia solo farsi grande ai suoi occhi, sorride ogni volta che lui dice qualcosa di assurdo e che lei non condivide.
Se lo ricorda lei, il suo A., che la prima sigaretta gliel’ha offerta lei, che gli passava le versioni di greco, che nei messaggi scriveva "ti voglio bene" per intero. Quest’ultima abitudine, L. l’ha notata ancora e ne ha sorriso.
L. ha pensato che no, A. non è cambiato. Sta solo facendo lo stupido e, tra un po’, le dirà qualcosa tipo "scema, ma ci hai creduto sul serio?".
L. ed A. si fermano ad un bar, ed A. stringe la mano ad un tizio a cui L. non avrebbe mai rivolto la parola. L. pensa di essere una che dà troppa importanza alle apparenze, e si avvicina. Il tizio parla più piano, ed L. si allontana nuovamente, perchè capisce di non essere gradita. Il tizio le fa proprio una bruttissima impressione. A. gli stringe ancora la mano ed esce, seguito a ruota da L. un po’ turbata.
L. chiede chi fosse, ed A. risponde senza dare un nome o una definizione, dice solo che è stato due anni dentro.
L. non ride più: la cosa non le piace.
L. ed A. arrivano a casa di A., dove la madre di lui aveva preparato un’ enorme teglia di lasagne. La madre di A. è gentilissima, tratta L. come la più attesa degli ospiti ed L. si rasserena.
L. ed A. scendono nel piccolo appartamentino indipendente di A, e mangiano da buoni amici, discutendo del più e del meno, come facevano prima.
Dopo cena, L. si guarda un po’ in giro e la camera di A. la colpisce non poco. Guarda il comodino, e prende un aggeggio metallico che attira la sua attenzione.
Domanda ad A. di che cosa si tratti, ed A., tutto contento, toglie quel coso dalle sue mani e, con uno scatto, fa uscire una lama dal suo interno.
L. è senza fiato. Perchè A. ha un coltellino di quel genere e lo tiene a portata di mano? A. legge nei suoi occhi quel quesito e, con un placido sorriso, si trincea dietro un "può sempre servire" affatto rassicurante.
A. ed L. ormai sono in confidenza, e alle domande insistenti di L., A. decide di rispondere con una certa sincerità.
L. ascolta con gli occhi sgranati e la bocca aperta, non può credere alle sue orecchie, però capisce che non c’è niente di falso in quello che A. le spiega, facendo anche nomi e cognomi che spaventano L., e davvero molto.
L. non è come San Tommaso, crede anche se non vede. Ma A. forse vuole che lei sia più sicura, così mostra gli attrezzi del mestiere, e il loro corretto utilizzo.
L. vorrebbe tanto piangere, vorrebbe schiaffeggiare A. e farlo rinsavire, vorrebbe allontanarsi immediatamente e non voltarsi più indietro.
L. prova un istintivo ribrezzo per tutto quello di cui A. le parla.
Gli chiede di smetterla, di uscirne. E lui afferma, sicuro e arrogante, che ha preso certi impegni che deve mantenere, e che, tra le altre cose, quello che fa gli piace.
L. dice ad A. che se continua così non arriverà neanche ai trent’anni, ma A. sorride e risponde che ha ancora dodici anni di carriera e tutto il tempo per diventare qualcuno.
L. è incredula, si trova tra le mani un’agenda e comincia a sfogliarla. Tanti nomi. Si ferma, uno che lei conosce, un ragazzino piccolo e dall’aspetto pulito, intelligente.
L. chiede spiegazioni, stavolta A. è laconico: il ragazzino aveva sbagliato a dire qualcosa e per questo doveva essere punito.
L. tace, si fidava di A. ma adesso non sa più chi lui sia.
Gli arriva una telefonata, parla in codice. A. chiude bruscamente la conversazione, spegne il cellulare e lo riaccende dopo un po’, pensieroso.
"Ti riaccompagno a casa" dice ad L.
"Che devi fare?" lei non capisce.
"Devo lavorare". A. risponde solo questo, mentre apre cassetti, smonta portachiavi e ne trae fuori quello con cui ‘lavorerà’. L. non è sicura, ma le è sembrato che A., prima di uscire, abbia anche preso quel coltellino che tanto l’aveva intimorita.
In macchina parlano ancora. Poi, una canzone alla radio. Eminem. A., quando era ancora il caro vecchio A., lo adorava.
L. mette più forte la radio, quel pezzo piace anche a lei.
A. cambia e mette una neo-melodica.
"Ma Eminem non ti piaceva?" L. ci scherza su.
"Prima…" Glissa A.
L., dopo questa, tace. Riflette sul fatto che fino a quel momento aveva sempre vissuto credendo che certe realtà non potessero toccarla, pensando che non avrebbe mai vissuto grandi dolori o pianto per motivi sensati, supponendo che le cose vanno sempre per il verso giusto, salvo qualche incrinatura nello specchio della vita, o qualche sbavatura simile a quelle di quando sbagli col rossetto. L. riflette pure sul fatto che sorride nonostante tutto, giacchè si illude che un diploma, una casa in un’altra città, un mestiere, siano il centro della sua esistenza. L. si rende conto che A. è nella merda fino al collo, e non ci sono eufemismi che tengano. L. si accorge che A. sta diventando parte di quella stessa merda in cui sguazza allegramente, che A. si fa, ignaro che la strada è tutta in discesa.
L. guarda A., e lo vede come lontano, quasi fosse il protagonista di un film o il personaggio di uno dei mille libri letti. Eppure A. è reale, se allunga un braccio lo può toccare.
L. apre gli occhi su una verità infangata, la cui melma sta per lambirle le scarpe e, cazzo, si spaventa da impazzire. La campana di vetro sotto la quale aveva vissuto si è infranta.
L. vuole solo tornare a casa, rannicchiarsi nel suo letto e cercare di non pensare.
A. rompe il silenzio, con una battuta stupida, fa ridere L.. Perchè loro riescono sempre a ridere e l’hanno fatto pure lunedì sera, con una leggerezza consapevole.
L. stacca la musica, non vuole più sentirla.
L. ed A. arrivano sotto casa di L. e si salutano.
A. vorrebbe rivedere L..
L. sorride, lo abbraccia forte, ed entra in casa.
L. teme che qualsiasi cosa possa fare o dire, A. non l’ascolterebbe.
A. spaccia, si droga e ha contatti con gente il cui solo nome fa paura, ed L. con quello schifo non vuole averci niente a che fare, mai.
Cazzo, L. era sicura che queste cose non l’avrebbero nemmeno sfiorata.
L. spera che A. non si faccia più sentire.
L., lunedì sera, ha scoperto un nuovo mondo, e non avrebbe voluto.