Acqua fredda

by lacapa

Mercoledì ho fatto la mia prima guida.
Ieri ho fatto la seconda.
Oggi, alle 19, farò la terza. La patente non mi sembra più un traguardo così lontano. E poi, la macchina diesel della scuola guida va da sola. Ci manca poco che io neanche prema il piede sull’acceleratore, che tanto quella cammina ugualmente, con o senza il mio comando.
Certo, gli automobilisti non sono il massimo della cortesia: vedono scritto "scuola guida" e si sentono autorizzati a sorpassare a destra, non concedere la precedenza, suonare il clacson ad oltranza, superare a 140 km/h, tagliare la strada. E i pedoni non sono da meno.
Stefano Benni descrive l’Inferno come un eterno ingorgo. Io non credo che abbia torto.

A proposito di scrittori che mi piacciono. L’avete letto l’articolo di Daniel Pennac su LaRepubblica?
S’intitolava "Io, Pennac il somaro diventato scrittore". E’ la presentazione del nuovo romanzo autobiografico dell’autore francese, uno dei miei preferiti.
Racconta del suo stato di studente-che-fa-quello-che-può-ma-non.
Daniel Pennac, bocciato al liceo.
Che una persona normale legge e rimane a bocca aperta. Ma è proprio lo stesso Pennac che lascia incollati alle sue pagine? Lo stesso Pennac che fa amare alla follia un capro espiatorio? Lo stesso Pennac che andrà in un paradiso popolato da orchi, vecchine con la pistola, regine editrici, ginecologi assassini e fotografie da scattare e mani da leggere e romanzi da scrivere e neonati da sfamare?
Lo stesso Pennac.
Non credo che lo comprerò, questo nuovo libro.
Tra l’altro ho già i miei bei casini con la scuola per mettermi a leggere anche quelli degli altri.
Ieri sono andata alla penultima riunione coi genitori della mia vita. Ha avuto un effetto catartico, in un primo momento.
Ci hanno dato il pagellino del primo quadrimestre. L’ultimo pagellino dell’ultimo primo quadrimestre della mia vita. Ha avuto un effetto deprimente, in un primo momento.
Ieri è stata consegnata anche l’ultima foto di classe della mia vita. In cinque anni, questa è la prima volta in cui la mia faccia è parzialmente nascosta dalla testa di quelli della fila sotto. Ha avuto un effetto frastornante, in un primo momento.
Tornando al pagellino.
Non intendo scrivervi i miei voti, non ve ne può fregare di meno, in fondo.
Erano le 19 e qualcosa. Mia madre entra nell’aula destinata alla professoressa di lettere. La mia preferita.
E’ giovane, simpatica, intelligente, preparata, amichevole, di sinistra, 7 in condotta all’ultimo anno di liceo… Prima o poi uscirà con la nostra classe di sabato sera, la convinceremo.
Comunque, mia madre entra in quest’aula per parlare con questa profia che tanto profia io non riesco a considerarla.
Piacere professoressa, piacere signora, come sta?, io bene, lei?, non mi posso lamentare, parliamo di LaCapa?, sì, sarebbe anche il caso.
E il caso forse non lo era.
Faccio quattro conti: la mia carriera scolastica è composta da cinque anni di scuole elementari, tre anni di scuole medie e cinque anni di liceo.

5+3+5=13

Tredici anni. Undici insegnanti diverse di italiano, tutte donne, molte giovani, molte preparate.
Ho cambiato quasi ogni anno, e non posso dire sia stato un male.
Metodi, criteri di valutazione, gusti letterari diversi tutte le volte. E mi sono sempre abituata senza problemi.

Questa volta non c’è proprio stato bisogno di abituarsi: Profia è praticamente perfetta per le mie "esigenze".

Profia sorride a me, poi guarda mia madre e comincia il solito discorso trito e ritrito.
Le mie capacità, il talento, l’inclinazione alle lettere che non può essere ignorata, la facilità nell’apprendimento.
Niente di nuovo.
La mia strafottenza, il fare il minimo indispensabile, il non applicarsi, l’incapacità di concentrarsi sullo studio, la poca voglia di approfondire e camminare con le mie gambe.
Questo è nuovo.
Questo nessuno l’aveva mai notato. Profia sì.
Dice che ha capito quello che posso fare, dice che crede in me, molto, dice che il fatto che io mi sia resa conto di essere abile con le parole mi impedisce di dare il meglio. Dice che se studiassi, piuttosto che passare i miei pomeriggi nella nullafacenza più totale, potrei rendere me stessa e gli altri un po’ più orgogliosi di me.
Ha parlato di un 10 al secondo quadrimestre che potrei conquistare senza problemi e che lei vorrebbe darmi.
In breve, mi ha zittita.
Stavolta non farò come al mio solito, non vi riporterò le conversazioni, perchè preferisco tenerle per me.
Il fatto è che io non sono in grado di studiare. Non sono mai riuscita a sedermi ad un tavolo, aprire il libro e concentrami. Ho bisogno di fare altro, ho bisogno di distrarmi, ho bisogno di musica in sottofondo, cibo schifoso a portata di mano, il mio cane che abbaia, il telefono che suona, la schermata illuminata del pc con un foglio di Word aperto ma bianco, che mi ricordi che non scrivo niente di decente da un pezzo.
Tra tutti questi bisogni, lo studio svanisce, come soffocato da un cuscino.
Però le parole di Profia mi girano nella testa da ieri.
Forse la pacchia è finita.
E’ come una doccia d’acqua fredda.