Tra Baricco e gli Harmony

by lacapa

La biblioteca: altissimi mobili suddivisi in decine di scaffali, ingombri di centinaia di volumi, pieni di migliaia di pagine, invase da milioni di frasi, composte da miliardi di parole. Formiche nere su fondo bianco o giallastro, incollate l’una all’altra, covo di frasi e pensieri, d’idee e sogni, di virtuosismi e ricordi.

Parole. Materia prima della comunicazione, scritta e verbale, di massa o per pochi eletti, ma pur sempre comunicazione, il resto non conta, neanche le maniere con cui viene diffusa.

Ma ne siamo sicuri? Davvero non importa il mezzo?

Parole. Tra immagini e segnali sonori, sono quelle macchie d’inchiostro su carta ad occupare, con ferma sicurezza, il posto d’onore alla corte della cultura.

E i libri. Si, i libri. Se Gutenberg non avesse voluto far soldi, probabilmente oggi non li avremmo. I libri: logora ed abusata fonte di conoscenza, bagaglio culturale di popoli, ma soprattutto di persone.

Che poi, riflettendoci, ci si rende conto che i suddetti ammassi di periodi e segni d’interpunzione sono essi stessi materia per ammassi di periodi e segni d’interpunzione, in una sorta di circolo vizioso [o sarebbe meglio dire virtuoso?] che dovrebbe avvincere il lettore, incatenarlo, bloccarlo, fornigli l’occasione di riflettere, ogni tanto.

Gabriel Garcìa Màrquez credeva che il mondo avrebbe finito di scoglionarsi quando i libri avessero viaggiato al posto degli animali e le bestie accanto agli uomini. Detto da un premio Nobel per la letteratura, dovrebbe far pensare.

Oggi, non sarà forse che il mondo ha proprio concluso quel processo ipotizzato da Marquez?

Franco Ferrarotti ha detto: "I libri sono i custodi discreti, silenziosi, della parola. Attendono pazienti i loro lettori, attendono coloro che li faranno parlare, che sapranno ascoltarli, raccolti, concentrati, in silenzio."

Peccato che il silenzio sia un grande assente.

La biblioteca, quella dell’incipit, non esiste – non più -, sostituita da moderne librerie, dove si possono trovare calendari, biglietti d’auguri e, peggio, tra un buon Baricco ed un crudo Welsh, passando accanto ad un ottimo Benni, un orrido Harmony od uno sgrammaticato Moccia.

La svendita del sapere!

Già immagino gli slogan degni dei migliori pubblicitari internazionali: << Prendi tre "Scusa Ma Ti Chiamo Amore" e ti regaliamo la storia del millennio: "Frida E Il Boscaiolo", dalla stessa pre-romantica autrice di "Uno Sturm Und Drang d’affetto" >>.

Al supermercato, nel carrello, sotto latte, pasta e uova, non sarà difficile scorgere l’ultimo ed osannato libro, tra il patetico ed il sentimentale, di un Coelho scopertosi strenuo difensore di una Fede trascendente, la quale Fede, dopo una decina di romanzi – che i più cattvi definirebbero l’uno la copia dell’altro -, ancora non si è capito se sia una trovata di marketing o qualcosa di più serio.

Se è vero il pensiero di Hesse secondo il quale "[…] leggere spensieratamente e distrattamente è come andare a spasso in un bel paesaggio con gli occhi bendati […]", è anche vero che, probabilmente, Hesse non avrebbe mai immaginato che, col tempo, le case editrici avrebbero cominciato a pubblicare quasi unicamente testi superficiali, impossibili da paragonare a paesaggi suggestivi, ma comparabili, al massimo, a vedute urbane oscurate da una non troppo sottile linea di grigiume.

D’altronde, lasciarsi soggiogare da questi meccanismi non è obbligatorio: si può sempre smettere di leggere, anche perchè si tratta di un verbo che "[…] non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo << amare >>… il verbo << sognare >>… Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza, << Amami! >>, << Sogna! >>, << Leggi! >> […]". Parole di Pennac, queste.

Parole. Ancora parole. E, oltre alle tante, troppe, che non invogliano alla lettura, quelle, poche, dalle quali è impossibile staccarsi dopo averci posato lo sguardo, seppure soltanto per una volta.