Gocce di memoria

by lacapa

Stavo leggendo un blog in cui una logopedista racconta degli aneddoti sui bambini che segue.

Mi ha colpita la storia di un bimbo le cui maestre si preoccupano del fatto che preferisca scrivere in un angolo tutto suo, piuttosto che giocare coi compagni. La logopedista, senza alcun dubbio, ha affermato che il piccolo da grande farà lo scrittore.

Io ho sempre creduto che fin da quando è in fasce [o quasi], ognuno di noi manifesti, in maniera più o meno evidente, le proprie capacità e metta in mostra i propri talenti.

Mi sono chiesta se l’ho fatto anche io.

Voglio fare la scrittrice, lo sapete bene, ormai. Ogni tanto – spesso – qui sul blog scrivo delle vaccate senza pari, e mi rendo conto di non esprimermi in un italiano degno dell’accademia della Crusca, eppure voglio fare la scrittrice.

Ho cominciato a parlare a sei mesi: un grasso batuffolo di capelli che, dalla culla, urlava il nome di sua sorella, poi di mamma, poi reclamava chinotto. A un anno e mezzo sapevo scrivere il mio nome, in seguito ho cominciato a camminare.

A cinque anni ho imparato a leggere, quasi da sola, con l’aiuto di mia madre che però mi faceva paura, perchè si spazientiva quando sbagliavo la pronuncia delle parole. Avevo cinque anni, e ho letto "Cuore di Ciccia" di Susanna Tamaro. E mi ricordo bene la trama di quel libro, saprei anche raccontarne qualche episodio mantenendomi fedele ai particolari lì descritti. Sono passati tredici anni dalla prima ed unica volta che ho sfogliato quelle pagine: il primo libro non si scorda mai, evidentemente.

A sette anni, ho organizzato, con le maestre della mia scuola elementare, un corso di lettura a cui partecipavano solo dieci bambini in tutto l’istituto. Di questi dieci, io ero la più piccola, ma ero anche la più accanita. Al termine di quell’anno, le maestre ci regalarono due libri a nostra scelta: io chiesi "Il Diario di Anna Frank" e "Il Mago di Oz" di Frank Baum.

Giorni fa, ho incontrato una mia compagna di classe delle elementari. Abitiamo vicine, quindi non abbiamo avuto problemi a riconoscerci, per via del fatto che non ci siamo mai realmente perse di vista.

Lei, da piccola, voleva fare la modella. 

Non ci parlavamo da tempo, mi ha raccontato fatti che io avevo totalmente rimosso dalla mia mente: potrei descrivere i particolari della mia classe d’asilo, ma non ho idea di chi fossero i miei compagni o di quale ruolo io abbia rivestito alla recita di Natale.

La tipa mi ha chiesto se io fossi ancora fissata con quel sogno che la mia testolina aveva partorito in terza elementare. L’ho guardata con espressione interrogativa e lei, quasi fosse la cosa più naturale del mondo, ha detto: "Fare la giornalista, no? Scrivere…". Sono rimasta senza parole, sapevo di portarmi dietro questa cosa da molto tempo, ma non credevo che da allora le mie aspettative per il futuro non fossero cambiate di una virgola.

Le ho domandato quali siano le sue prospettive universitarie e, dopo, lavorative: vuole fare la docente universitaria di matematica e fisica. Bel cambiamento, il suo.

Chissà se il bambino di cui si parlava in quel blog diventerà davvero uno scrittore…

Nel frattempo, meditando di tornare dalle mie maestre e chiedere loro se abbiano mai pensato che la mia strada fosse la scrittura, ho realizzato qualcosa, so anche cosa, ma mi vergogno immensamente a dirlo.