Dall’inchiesta al palco

by lacapa

Roberto Saviano e il suo "Gomorra" sbarcano a teatro. La prima dello spettacolo tratto dal romanzo-inchiesta sulla realtà criminale di Napoli e dintorni [e che si estende all’Italia e, fin troppo spesso, anche al mondo] sarà domani, proprio a Napoli, al Mercadante.

Qui, se volete saperne di più.

Di seguito, riporto alcuni brani dell’intervista realizzata da Alessandra Vitali al regista Mario Gelardi.

 

Un problema anche lavorare su un libro che animato tante polemiche.
"Ovvio che su quell’argomento circolino polemiche e tensioni politiche, sociali, cittadine. Noi ci siamo imposti l’obiettivo di uno spettacolo efficace, che restituisse lo spirito autentico del libro".

Lei seguiva da vicino Saviano e la scrittura di Gomorra. Che impressione le faceva il quadro che via via si componeva?
"Dei veli che si tolgono. La realtà che si spanna. Roberto è stato i miei occhiali, mi ha dato la possibilità di vedere le cose, com’è stato per moltissimi napoletani che hanno letto il libro".

Ma altrettanti hanno detto che quelle cose si sapevano già.
"Una gran boiata. E comunque, noi napoletani non le conoscevamo in quel modo, con l’asciuttezza dei dettagli, i particolari, le notizie. Per molti il libro è stato rivelatore. Su Napoli era stato messo un plaid caldo. Roberto l’ha tolto e ha fatto venire i brividi alla città".

 

I brividi, aggiungo io, non li ha fatti venire solo alla città, ma a chiunque abbia letto il libro. Io l’ho trovato agghiacciante sotto molti punti di vista. Leggevo, e rabbrividivo. Provavo un disprezzo profondo per tutto quello che mi circondava, perchè quello che ha scritto Saviano si adatta perfettamente anche alla situazione di qua, da cui il plaid caldo non è stato ancora tolto. Avevo già parlato altrove di questo libro, quindi non mi dilungo troppo, se volete, leggete sul link e amen. Intanto, però, riporto un brano di "Gomorra", giusto per dare un’idea a chi non l’avesse ancora letto.

<< Attilio Romanò è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia scolata via da quei fori di proiettile che lo hanno marchiato in tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che non sia ferito tu, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in un’ansia psicotica, cerchi di assicurarti che non ci siano ferite sul tuo corpo, che per caso, senza che te ne sia accorto, ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue, sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non l’hai perso tu, non basta: ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno ti guardasse l’interno degli occhi per controllare il livello di anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare. Devi chiudere gli occhi, ma non respirare. L’odore del sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire, andare fuori, andare all’aria prima che gettino la segatura sul sangue, perchè l’impasto genera un odore terribile che fa crollare ogni resistenza al vomito. >>