La cucina leggera secondo Madre

febbraio19

L’unico momento in cui Madre manifesta la sua apprensione nei confronti dei suoi figli e di Padre è ai fornelli. Lei non è mai stata una donna particolarmente dolce o affettuosa, anzi è dura, coriacea, indisponente, fredda e non so più cos’altro. Ma quando si mette a cucinare, le quantità del cibo che prepara rendono chiaro l’affetto che nutre – ingozzandolo – per la sua famiglia. Ci vuole sani e forti. Obesi, anche.

Per Madre ogni pasto dev’essere composto, per forza, da primo, secondo, dolce e frutta. Vuoi la pasta? Bene, c’è pure la cotoletta. Che non è mai una e basta. Sono almeno due, «ma piccolissime», dice lei, stendendo un lenzuolo di carne sul piatto. L’insalata è un piacere irrinunciabile e, il più delle volte, oltre alla lattuga ci sono anche i peperoni, e le melanzane arrosto, quelle che lei ha imparato a farle da poco e allora ogni giorno sono in tavola, sempre lì, sempre più buone. Da Madre ho imparato che il cibo non si lascia mai, anche se non ti piace devi finirlo tutto, fino all’ultimo boccone. L’elasticità del mio stomaco, non ho dubbi, è quella di una corda da bungee jumping.

Madre, però, quando sono sazia non mi crede. Secondo lei, una mozzarella da trecento grammi non è nemmeno lontanamente assimilabile a un pasto se non ci associ – almeno – due panini, un po’ di prosciutto crudo, due/tre fette di mortadella, «e mangiatelo ‘sto pettino di pollo ché stai sparendo per quanto sei magra». Vi giuro, però, che sono tutto fuorché un figurino. Lei, coi suoi occhi di genitrice, mi vede sempre pallida e smunta. Osserva le occhiaie profonde, il colorito cadaverico, le ossa sporgenti. Un giorno di questi, lo so, chiederà ai medici di Emergency di venirmi a dare un’occhiata, ché pesare meno di sessanta chili – nella sua personale visione della forma fisica – è indice di deperimento. Anche se sono alta un metro e un succo di frutta (senza zuccheri aggiunti).

In più, siccome ogni tanto mi capita di svenire senza ragioni apparenti, Madre crede che io sia una condannata a morte che percorre il miglio verde. «Continua a fumare, vedrai che ti succede tra qualche anno», mi minaccia. Poi mi incalza: «È che non mangi, tu digiuni». Se per caso non pranzo o ceno a casa lei decide che non ho toccato cibo. E si dispera. Mi crede un’anoressica sgallettata, che ha un problema ma non vuole ammetterlo.

Un paio di settimane fa l’ho trascinata a farmi fare shopping, ché i vestiti di quando avevo sedici anni sono un filino consunti e dovevo fare qualche aggiunta nel mio armadio. Ma nella carta prepagata ho tre euro e nel portafogli uno, quindi – in attesa di vincere al Superenalotto o di trovarmi un lavoro remunerativo – mi serviva lei.

«Tieni, provati questi jeans», diceva.
«Che taglia mi hai preso?»
«La 38.»
«Per quale gamba? La destra o la sinistra?»

Ha tentato di sfinirmi. Sa perfettamente che andare per negozi è una delle attività che più odio e lei, volutamente, mi irritava. «Sei troppo magra, qui per te non c’è niente», mi rimproverava allontanandomi da una vetrina piena di graziosissimi abiti larghi e colorati. Poi, davanti all’ennesimo scaffale pieno di pantaloni, ho visto loro. I jeans rossi rossi. In saldo, per di più. Li ho guardati con gola e, dopo il talloncino del prezzo, ho controllato subito la taglia. Quarantaquattro, perfetta.

In camerino, il disastro. Erano enormi, giganteschi, navigabili. Ci stavano dentro quattro me più Platinette. «Madre – la chiamo – Corri all’espositore, trovami una quarantadue e se ce l’ha in mano qualcun’altra abbaia, ringhia, mordi se necessario». Lei, perfetto segugio da shopping, prima è corsa a esaudire il mio desiderio, poi ha cominciato il suo trionfo. «Visto? Te l’avevo detto. Sei brutta, secca come la frutta secca». Finché si trattava di una quarantadue, negli occhi di Madre si leggeva solo la soddisfazione per aver avuto ragione. Quando, atterrita, ho dovuto constatare che mi serviva una quaranta, ho visto la mia genitrice sul punto di piangere. Ho potuto scorgere nel suo volto il terrore e il raccapriccio. Sapevo a cosa stava pensando: «Stasera le faccio la parmigiana di melanzane fritte, devo porre rimedio».

Uscita dal negozio coi miei jeans rossi rossi taglia 4o – ma c’è da dire, a onor del vero, che in quel negozio lì c’è roba che veste in modo adorabilmente largo – avevo solo una certezza. Madre mi avrebbe reso la vita un inferno ad alto contenuto calorico. Ma non sapevo quanto.

Quando mi tocca il turno di mattina in redazione, per esempio, è quasi matematico che io lavori per dieci/dodici ore di fila. Se comincio dei pezzi non riesco a lasciarli a metà, e poi ho sempre un sacco di arretrati da smaltire o di cose da approfondire. Ma quelli che faccio al giornale sono pranzi veloci, davanti al computer, col panino in una mano e il telefono nell’altra. Però, non di solo formaggio e prosciutto può vivere una donna. Sicché, qualche tempo fa, ho chiesto a Madre: «Senti, siccome la mattina a stento arrivo a fare tutto quello che devo fare, non riesco mai a prepararmi qualcosa da portare via per pranzo, non è che ci penseresti tu?». Gli occhi di colei che mi ha partorita brillavano di gioia. «Una cosa leggera, veloce, tipo un’insalata, okay?», ho chiesto io.

Aprire il contenitore di plastica, quel giorno, è stata un’esperienza mistica. C’erano dentro quattro – e dico quattro – mozzarelle in carrozza, ripiene di prosciutto e pomodoro, che navigavano nell’olio. C’era un novello Cristoforo Colombo che, arroccato sulla panatura della sua zattera fritta, avvistava l’America in continuazione. In una bustina, poi, c’era anche una mela. Per mantenersi sani. Tornata a casa, la sera, ho chiesto spiegazioni: «Ma come fai a lavorare tutto il giorno senza nutrirti a modo?», mi ha domandato lei, sconvolta per le mie lamentele.

Un paio di giorni dopo, la mia schiscetta conteneva un filone di pane – dico, un filone intero – con la mortadella e il provolone piccante. Poi è stato il turno del gateau di patate, delle cotolette di melanzane e dei toast col salame piccante. Il punto più alto, però, l’ha toccato qualche giorno fa. Sapeva che sarei rimasta fuori sia a pranzo sia a cena e le avevo spiegato che mi sarei dovuta muovere parecchio, quindi sarebbe stata meglio, per piacere, un’insalatina. Alle otto del mattino sono corsa in cucina, ché già ero in ritardo. «Madre, allora, che m’hai fatto, oggi?». Lei era là, col sorriso soddisfatto. Vincitrice. «Niente, quello che mi hai chiesto, una cosa senza impegno così non ti arrabbi». Avrei dovuto capire che qualcosa non andava.

Verso l’una e qualcosa, lo stomaco ha cominciato a lamentarsi. «Buon appetito», mi sono detta, tutta contenta. Aperto il tupperware, in ogni angolo della redazione s’è sparso un odore inconfondibile: sugo. C’erano cinque polpette di carne che galleggiavano nella salsa di pomodoro, assieme alla cipolla, all’aglio e alle patate lesse. In una bustina a parte, invece della solita mela, c’era una mafaldina che avrebbe sfamato la Nigeria, ché il Biafra non esiste più. Quando sono tornata a casa, ridendo, ho chiesto a Madre che le fosse passato per la mente a prepararmi cinque polpette. Lei non ha capito la domanda e, con la faccia a punto interrogativo, mi ha chiesto: «Perché? Dici che era troppo poco?».

AAA Cercasi ragazzo della biblioteca

gennaio30

Io spero che poi si trovi, the mysterious boy of via Solferino. In pratica, c’è questa ragazza che ha incrociato in via Solferino, a Milano, un uomo che correva. E se n’è follemente innamorata. Pare che sia tornata nello stesso posto, alla stessa ora, per tre settimane, sperando di incontrarlo. Nei film, quando succedono queste cose, all’ultimo giorno lei va via con lo sguardo basso e, senza accorgersene, va a sbattere proprio contro il tipo che cercava. Siccome questa di via Solferino a Milano non è una storia sceneggiata ma – dicono – vera, lei il suo misterioso runner non l’ha più visto. E allora ha raccontato la sua storia a un’amica, questa donna qui. In pochi minuti, è nata una pagina su Facebook e la ricerca ha preso il via.

Così, mentre io spero che l’innamorata e il ragazzo che correva s’incontrino, vi racconto un’altra storia, tutta mia. Un po’ simile a quella qui sopra, in effetti.

È la storia del ragazzo della biblioteca. Quando la mia relazione col Parolaio è finita, ero così triste, depressa e spezzata che le Dears non sapevano più come fare a tirarmi su. Io nuotavo nella mia disperazione, e loro stavano per gettare la spugna, vedendomi sparire dietro le mie occhiaie. Poi DearLowe ha preso la situazione di petto. S’è presentata a casa mia, una mattina, con una brioche e il caffè. «Hai rotto i coglioni», ha detto, «vestiti di corsa e andiamo all’università a studiare». Ci siamo infilate nella sua Tania, una vecchissima Peugeot rossa, e ci siamo dirette in facoltà. Per tutto il giorno, salvo qualche sporadica pausa caffè, ho studiato. Nella Letteratura italiana ho trovato la mia salvezza.

La biblioteca-aula studio è una specie di bunker. Si trova nei sotterranei di un antico monastero benedettino, e per entrarci devi posare le borse negli armadietti di sicurezza e accontentarti di portare con te solo libri e matite. È un posto alienante. DearLowe mi aveva porto su un piatto d’argento la cura per tutte le mie ferite. Non c’era modo migliore dello studio per dimenticare il cuore.

Un giorno, in biblioteca c’erano solo due posti liberi. DearLowe si è seduta davanti a me, io accanto avevo un ragazzo. Sottolineava libri giganteschi con la matita e il righello, era tutto intento a prendere appunti e non si arrabbiava se io e DearLowe ogni tanto ci distraevamo e ci mettevamo a farci i fatti nostri perché della tristezza di Leopardi proprio non ne potevamo più. Il giorno dopo ancora, in biblioteca c’erano solo due posti liberi. Accanto a me, lo stesso ragazzo. È andata avanti così per settimane. Se per un giorno lui non veniva, io lo notavo. E lui notava il contrario. Ci davamo perfino il cambio per fumare. Quando ho finito di preparare la materia, ho chiuso il libro rumorosamente. «Ho finito», mi sono compiaciuta. E allora lui mi ha rivolto la parola: «Che studiavi?» «Letteratura italiana, e tu?» «Diritto» «Ah, sei di Giurisprudenza?» «Capita».

Io l’esame l’ho superato e lui non l’ho più visto. Fino a metà estate. Padre, quando finiscono le sue ferie estive, invita tutta la famiglia a mangiare una pizza fuori. Sempre nella stessa pizzeria, perché è in un piccolo paese e di sera fa più fresco che in città. È il suo modo per fare il punto sulla vita della famiglia, per sapere che succede nelle vite di noi figli degeneri che non raccontiamo mai nulla in casa. Quando il cameriere è venuto a prendere le ordinazioni, mi ha guardata in maniera strana. E io ho guardato lui allo stesso modo. «Sei la ragazza della biblioteca» «E tu sei il ragazzo della biblioteca» «Com’è andata Letteratura?» «Bene, e Diritto?» «Ancora non l’ho dato» «Ma che ci fai qua?» «Ci lavoro, da quattro anni». Dopo pochi minuti, è sparito tra i tavoli e non s’è più visto. Prima di andare via l’ho cercato, sono andata da una sua collega per chiedergli dove fosse, e allora mi sono ricordata di non sapere il suo nome.

Alcuni mesi dopo, stavo uscendo di corsa dalla facoltà. Avevo fretta, non ricordo perché. Stavo guardando il cellulare e non ho fatto caso che stavo per sbattere contro un tizio. «Scusa», gli ho detto. Ed eccolo là, di nuovo, il ragazzo della biblioteca. Ed eccomi là, di nuovo, la ragazza della biblioteca. «Mi laureo domani», mi ha detto sorridendo. Io sarei anche rimasta a parlare, ma dovevo scappare e allora lui m’ha detto: «Senti, tieni il mio numero, chiamami, magari ci prendiamo un caffè una volta». Mi ha dettato il suo numero, mi ha detto il suo nome, s’è voltato e se n’è andato. Frequentavo già Monsieur Déjà vu. Gli ho raccontato l’incontro e lui, con fare scocciato, mi ha chiesto perché avessi accettato di appuntare un recapito del ragazzo della biblioteca. Forse perché ero offesa dalla sua mancanza di fiducia, forse perché ero di nuovo molto innamorata di un uomo e mi sembrava sciocco discutere per uno sconosciuto, comunque ho preso il cellulare e ho cancellato dalla rubrica quel numero là. Sparito, dimenticato, perduto.

A metà dicembre stavo uscendo dalla redazione con una mia collega. Era stata una brutta giornata, ero stanca e avevo ricevuto una pessima notizia. Stavo andando a prendere Vanda la Panda nella traversa dove la posteggio sempre. È una via stretta stretta con un cinema porno, una segheria e nient’altro. Me l’ha fatta conoscere il Parolaio, perché lui abitava a pochi metri. È stato lì che lui mi ha baciata per la prima volta. Ed è stato lì che io, l’1 gennaio del 2o11, ho convinto il mio fidanzato Trasfertista che se mi baciava non c’era niente di male. Adesso, a due passi da quella via, c’è il posto dove vado a fare la giornalista quasi ogni giorno. Dicevo, a metà dicembre ero in questa via sentimentalmente impegnata e, appena uscita dal posteggio, un ragazzo a piedi ha cominciato a fissarmi. «Giuro che non ho ammaccato nessun’altra auto nel fare manovra», ho pensato. Lui mi fissava ancora e allora ho capito e ho sorriso. Ho abbassato il finestrino e ho esultato: «Sei il ragazzo della biblioteca!». «Lavoro qui, a due passi» «Ma dai? Anche io» «Senti, magari uno di questi giorni ci andiamo a prendere un caffè» «Sì, dai, ci vedremo sicuramente». E non ci siamo più visti.

Il suo nome comincia con la esse, mi è sembrato che uscisse da una Peugeot verde bottiglia, ma non ne sono sicura. È laureato in Giurisprudenza e lavora in una via che i catanesi conoscono per una famosissima salita. Credo abbia ventott’anni, ma non ne sono sicura, e credo porti gli occhiali, ma anche di questo non sono sicura. Studiava Diritto (privato, mi pare) sottolineando con la matita e il righello. Se lo conoscete, ditegli che sono almeno tre anni che abbiamo un caffè da bere insieme.

Magari li troviamo tutt’e due. Il mysterious boy of via Solferino e il ragazzo della biblioteca.

Mi hanno sfrattata da casa mia

dicembre4

Ieri sera non mi sono sentita a casa. Non è stato nient’altro: sono arrivata, mi sono seduta al primo tavolo libero ed ero una sconosciuta. L’Ostello l’ho sempre visto un po’ come casa mia. Del resto, lì è cominciata tutta la mia vita che conta.

Lì ho scoperto che avevo delle amiche per la vita, le Dears, lì ci ho portato Èsolounamico quando avevo bisogno di bere e parlare, lì mi sono resa conto che alla gente piaceva leggere i fatti miei. Ve lo ricordate MisterCameriere2008, vero? Quattro anni, una vita. Per i lettori più recenti, agevolo riassunto: DearLowe compiva diciott’anni, all’Ostello. Era bello, laggiù nella grotta con le sedie e il fiume in mezzo. Stavo scherzando non mi ricordo con quale delle mie compagne di classe ed è passato lui. Faceva il cameriere, aveva gli occhi blu e secondo me era bellissimo. Ogni giorno, per svariati mesi, io e le Dears eravamo sedute a un tavolo dell’Ostello, a bere vino bianco della casa, giocare a carte, e a sentirmi sospirare per il mio bel cameriere tenebroso. Fu la cotta non ricambiata più raccontata del web, o quasi.

All’Ostello ho festeggiato patente, concorsi vinti, esami di maturità superati e primi lavori. Ci ho portato il Parolaio, una sera. Ci ho incontrato Monsieur Déjà vu. Avevamo passato la serata all’Ostello, una serata terribile, con gli amici miei e gli amici suoi perché uscire da soli non ci sembrava il caso. A un certo punto, ci siamo alzati e siamo andati in bagno. Siamo rimasti via per mezz’ora: ci siamo fermati a leggere i livelli di alcol nel sangue consentiti e, non so come mai, li trovavamo esilaranti. Forse perché li avevamo superati abbondantemente. Poi siamo tornati dagli altri, e quando stavamo per salutarci lui s’è voltato, ha lanciato le chiavi della sua auto al suo amico biondo che odiavo, e gli ha detto: «Vai a prendere la macchina, io accompagno LaCapa alla sua e arrivo». Lo fece, poi mi spinse sulla portiera anteriore e mi baciò. Quasi un anno dopo, all’Ostello, scoprii che lui non aveva più voglia di baciarmi.

Durante una lunga e triste serata all’Ostello, Dearfriend Ballerina e Miamiglioreamica scoprirono di dover cambiare sogni nel cassetto. Qualche giorno dopo, allo stesso tavolo, la mia amica danzante comunicava alla compagnia che lei lasciava Catania per trasferirsi a Milano.

Quando il direttore dei miei sogni del quotidiano dei miei sogni mi telefonò, andai a festeggiare all’Ostello. All’Ostello mi sono presa le sbronze più pesanti e ho fumato le canne più buone. E c’ho anche passato le serate più sobrie, semplici e felici della mia vita. È il mio posto dei primi appuntamenti, dei brindisi in compagnia e di qualunque festeggiamento.

È l’unico locale che mi mancava a Edimburgo, mica poco.

Se dovessero chiedermi qual è il primo posto che andrei se non sapessi dove altro cercare volti conosciuti, risponderei l’Ostello. Credo di poter fare almeno una ventina di nomi di persone che, non fosse stato per me, quel posto non avrebbero mai nemmeno saputo che esisteva.

Ieri sera dipendenti vecchi e nuovi mi passavano accanto portando pizze a tavoli pieni di fighette con i tacchi, le gonne corte e le parigine senza collant sotto. L’Ostello non è mai stato un posto da pizza, né da patatine fritte, per dire. Ci si beveva e basta, e se volevi la Cocacola dovevi cambiare locale. E non ci sono mai state le fighette con i tacchi, le gonne corte e le parigine senza collant sotto. Forse solo di lunedì, ma il lunedì (giorno più affollato, all’Ostello) è anche il mio giorno di ferie dalle bevute nei locali.

Aspettavo le Dears, sempre in ritardo, e non sentivo odore di erba. All’Ostello c’era sempre odore di erba. Vedevo comitive di amici vestiti bene, venuti a mangiare qualcosa. Notavo pochi jeans e tanti pantaloni, nemmeno uno coi capelli rasta, neanche una kefiah. Non c’erano radical chic simil-comunisti. C’erano persone normali, come in qualunque altro posto. Mancava l’identità e io non sapevo ritrovarla. Io che vado all’Ostello in tuta, io che ordino sempre vino bianco della casa, una bionda media, una Super Tennent’s oppure una Poretti grande, grazie, con un sacco di salatini.

Non era più casa mia. Non mi sentivo più in diritto di alzarmi e andare a prendere il posacenere senza chiedere, né di spostare la stufa a fungo verso il mio tavolo, per non morire di freddo. Non è che sia cambiato qualcosa, la struttura è sempre uguale, la gente che ci lavora più o meno anche. È cambiata la percezione. E io mi sono sentita un’estranea in casa mia.

Poco dopo la mezzanotte me ne sono andata. C’erano un sacco di automobilisti che cercavano dove posteggiare. Non ho sentito nemmeno un po’ di musica reggae venire dalle loro macchine.

Mi hanno sfrattata, sono stata buttata fuori dalla gente altra, normale. Non la trovassi una cosa così triste, mi prenderei perfino la briga di sentirmi tradita dal tempo che passa.

(Più di) Mille giorni di te e di me

novembre14

Ho ventidue anni. Diciassette di questi li ho passati con Berlusconi in politica, alla televisione, sui libri di scuola. C’è un socialino che si chiama Friendfeed (per gli amici, frenfi) sul quale Laura Carcano ha scritto cosa ha fatto lei dal 1994 al 2011. Poi, ha chiesto alla gente cos’avessero fatto loro. Le hanno risposto in trecento. E iniziano a farlo anche su Twitter, seguite l’hashtag #1994to2011.

Io lo scrivo qua, giacché una vita mica la puoi sintetizzare su un social network. Sarò lunga, lunghissima, quindi prendete la tisana e mettetevela accanto al pc, ché così si fredda mentre leggete.

Nel 1994 avevo cinque anni, avevo imparato a parlare da quattro anni e mezzo e sapevo già leggere e scrivere. In quell’anno ho cominciato le elementari e ho iniziato a essere quella che sono ancora adesso: una tremenda rompiscatole. Il pomeriggio tornavo a scuola perché ci trovavo un sacco di libri e una maestra che mi spiegava come si leggevano, ed era molto bello. Quella maestra insegna ancora, solo che non spiega più a nessuno come si amano i libri, perché quello è lavoro straordinario e non ci sono i soldi per retribuirlo.

Poi ho letto per la prima volta i Promessi sposi, perché un anno un’altra delle mie maestre si mise in testa che al posto della recita di fine anno dovevamo fare un musical sul romanzo di Manzoni. Io interpretavo Lucia, ero stonata come una campana e cantavo «Che sarà della mia vita, chi lo sa? Forse tutto, o forse niente, poi un Bravo mi rapirà». Giuro che so ancora a memoria tutte le canzoni. I miei hanno la videocassetta di quello spettacolino là e io prego iddio che a nessuno venga mai voglia di rivederlo.

Quando mi sono iscritta alle medie, ho cominciato a studiare francese. Mi ricordo soltanto che era una lingua bellissima, e che avevo imparato che le «erre» le pronunci bene solo quando sputacchi. Ho conosciuto la prima persona che s’è messa a insegnarmi un po’ di vita, invece che soltanto un po’ di letteratura. Ricordo che un giorno fece fare alla mia classe un compito, io non avevo studiato e lo consegnai quasi in bianco. La lezione successiva lei ci riconsegnò i nostri elaborati e ci disse: «Adesso correggeteveli da soli. Imparate a valutare il vostro lavoro e a capire com’è che potete migliorare».

[Continua a leggere il resto del post sul blog di Vanity Fair. Ah, sì, ogni tanto mi trovate pure lì.]

Quella sigaretta post rapporto sessuale

ottobre16

C’è un giorno di tre anni fa che non credo dimenticherò mai: è il giorno in cui ho letto per la prima volta la mia firma su un giornale. Ricordo che ero con le Dears in gelateria e che non sapevo quando uscisse il nuovo numero di Rivista di grido, il bisettimanale con il quale avevo cominciato a collaborare da poco. E lo trovai là, tra i tavoli. Era un pezzo con un titolo orrendo e praticamente privo di interesse, però quando lo vidi impaginato, col mio nome lì sotto, pensai che era tutto bellissimo. E che quello del giornalista era il mestiere più bello del mondo.

Sono trascorsi tre anni, di acqua sotto i ponti ne è passata. Non tantissima, ma ne è passata. Eppure ogni volta quel mio nome all’inizio degli articoli mi fa lo stesso effetto. Per la possibilità che mi si dà, non per altro. Il privilegio di poter raccontare storie. E non importa che non siano grandi storie, perché sono comunque pezzi di qualcosa di più complesso, di un puzzle che cerchi di costruire e che se hai fortuna viene fuori tutto intero.

Tre anni e non lo so se sono migliorata un pochino oppure no. Ricordo che quando ho cominciato a scrivere per l’altro giornale, dopo Rivista di grido, guardavo il coordinatore di redazione con timore reverenziale. La direttora era sempre buonissima con me, però lui proprio non mi guardava di striscio. Pensavo mi ignorasse, anzi, pensavo che non amasse le cazzate che scrivevo, pensavo mi trovasse un’idiota sgrammaticata. E poi i miei pezzi non li passava mai, se li smazzava sempre la direttora. Tutti mi avevano parlato di lui come di un uomo implacabile nelle sue stroncature. Collegamica Femminista e Rivoluzionaria mi aveva raccontato di aspiranti giornaliste scappate in lacrime, dopo le sue correzioni. Io volevo che mi distruggesse, pensavo che meglio cambiare mestiere subito, no? Così, un giorno, gliel’ho detto: «Capo – ho cominciato – perché i miei articoli non li vuoi guardare mai?». S’è messo a ridere e, con leggerezza, ha risposto: «Perché con te non mi diverto, non ho quasi mai niente da rimproverarti».

E a quel «quasi mai» pensava la direttora: «LaCapa, sei una giornalista, non un addetto stampa: quando raccogli le dichiarazioni di qualcuno, scordati quel cazzo di passato prossimo e mettici il presente», tipo. Mi ripeto questa frase ogni volta che Tizio dichiara qualcosa, che Caio gli risponde o che Sempronio interviene. Dei complimenti non me ne faccio nulla, sono le correzioni l’unica cosa che mi serve sul serio. E i buoni maestri, ça va sans dire.

Stesso identico meccanismo per «nel Catanese» o «nel Palermitano». Qualcuno mi ha corretta, una volta: «Oh, lo sbagli sempre! Ci va la maiuscola, ché sennò si fa confusione e non si capisce che cosa vuoi dire!». Sulla questione maiuscole/minuscole adesso mi resta solo da mettermi in testa che sono le «forze dell’ordine» e poi sono a cavallo.

Ancora non ho il senso della notizia, ma quello o ce l’hai oppure nessuno te lo può insegnare. Però ho imparato un pochino a dissimulare questa mia mancanza e ogni tanto qualcuno finge di non farci caso.

E ho imparato che la gente è più complicata di quanto possa sembrare, che la vita delle persone prende pieghe inaspettate all’improvviso e che un giornalista è bravo quando riesce a cogliere le sfumature e a non lasciarsi trasportare troppo. Io non sono brava, perché non solo le sfumature mi vengono difficilissime, in più mi lascio trasportare più del dovuto.

Continuo a pensare che l’intervista al testimone di giustizia Ulisse sia stata una delle cose umanamente più belle che io abbia mai fatto. Eppure nel pezzo che ho scritto non si capisce che uomo fosse, e mi dispiace, mi mangio le mani, perché probabilmente lui avrebbe meritato la giornalista più in gamba che vorrei essere e che ancora non sono.

Io lo so che sono arrogante, me lo dicono tutti. Ma so anche che non sono brava nel lavoro che mi piacerebbe tanto fare. Meglio di molti altri sì, ma mica brava. Quelli bravi sono gli altri, con alcuni ho l’onore di lavorarci, altri ho avuto modo di conoscerli e di parlarci, altri ancora mi limito a venerarli da lontano come si fa con le popstar nel pantheon del «magariddio scrivessi bene la metà».

Una volta, una di queste popstar mi ha definita «collega». Mi sono vergognata tantissimo, ho pensato che stesse sbagliando, che mi sopravvalutava, che bisognava che qualcuno gli facesse notare l’errore e io mica mi potevo permettere di. Collega io, che ogni volta che dico «faccio la giornalista» mi correggo subito con «mi piacerebbe fare la giornalista». Oppure «tento di fare la giornalista». O anche «dico che faccio la giornalista, ma è per non ammettere che sono disoccupata».

Per tre anni, dall’inizio di tutto questo a oggi, la cosa più difficile tra tutte è stata farmi prendere sul serio, dimostrare che essere giovane non significava essere scema, oppure viziata, oppure una che sta giocando a fare quella grande. In tanti vogliono un manifesto attaccato alla parete, pretendono una targa davanti alla porta. «Giornalista?» «Sì» «Iscritta all’albo?» «No» «Ah, vabbè, allora».

Qualche mese fa ho inviato la domanda all’OdG. Quella domanda. Ho seguito un mini-corso di due giorni e poi ho fatto una specie di colloquio. Alla fine, sono uscita e mi sono accesa una sigaretta. Mi hanno detto che avevo la faccia di chi si sta fumando la sua sigaretta post rapporto sessuale. Qualche settimana dopo, l’Ordine mi ha comunicato che la mia richiesta di iscrizione era stata accolta. Pagate le tasse e inviate le ricevute, mancava solo una cosa: che mi arrivasse il tesserino.

L’ho ricevuto per posta mercoledì, un giorno dopo il mio compleanno. Rosso, con quella bruttissima fototessera sulla seconda facciata e ogni singolo minuto di lavoro dentro. Tutte quelle ore spese a scrivere, quegli appuntamenti saltati perché c’era un pezzo da aggiornare, qualcosa da seguire. Tutti i rimproveri degli amici che dicono che sei assente, tutte le prese in giro dei conoscenti che ti chiedono se da grande vuoi lavorare per Emilio Fede, tutte le urla di Padre e Madre che preferirebbero vederti laureata piuttosto che stanca e felice, tutti gli sguardi strani di quelli per cui il lavoro è un mezzo per migliorare la propria qualità della vita, non un pezzo sostanziale di quella stessa vita.

Ho preso in mano il simbolo – perché il tesserino non è altro che un simbolo – dell’impegno e della passione che ci metto, ci ho visto stampate sopra milioni di battute e centinaia di titoli. Prima mi sono commossa, poi mi sono accesa una sigaretta. E sì, mi sa che alla prima boccata avevo di nuovo quella espressione là. Quella post rapporto sessuale.

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