La regola del silenzio

maggio15

Casa LaCapa è una casa omertosa. Le cose a Casa LaCapa non si dicono mai chiaramente, le decisioni non si condividono, le scelte non si confrontano. A Casa LaCapa perfino la meta delle vacanze estive era segreta fino al momento della partenza. Madre e Padre parlottavano seduti al tavolo della cucina, e  poi Sorella, io e Fratello venivamo posti di fronte al fatto compiuto. E questo valeva per tutto. Tanto per le cose importanti, quanto per quelle più frivole.

Non ricordo di aver saputo che avevamo intenzione di ristrutturare casa fino al giorno in cui una squadra di muratori è arrivata a buttare giù il muro della mia stanza. La volta che Padre ha deciso di soddisfare un capriccio e comprare un aggeggio per fare delle gite in mare aperto lo comunicò a Madre quando la portò al porto e le disse «Oggi andiamo in mare», ma neanche le spiegò che intendeva proprio «nel mezzo del mare, dove non si tocca, dove dobbiamo gettare l’àncora». Similmente andò per l’acquisto del macchinone, fu automobile di rappresentanza di Casa LaCapa. Di entrambi i colpi di testa paterni (consumati in religioso silenzio e con muta ostinazione) resta solo il ghigno soddisfatto sul volto di Madre ogni volta che può dire: «Te l’avevo detto, io, che invece di venderli dovevi proprio non comprarli». Perfino sui pomeriggi di shopping non c’era modo di dare un suggerimento, o un’opinione: «Dove andiamo?». Silenzio. Avremmo capito la destinazione solo arrivati al parcheggio.

La naturale reticenza alla condivisione diventa vero e proprio mutismo nel caso dei sentimenti. «Non piangere, non ridere troppo, non ti mostrare troppo arrabbiata, non dare soddisfazione, non essere trasparente». Se c’è una cosa in cui Madre e Padre sono identici è il loro rifiuto delle manifestazioni d’affetto, di stima, di fiducia. Forse è per contrasto che io, invece, soprattutto con un po’ di birra in corpo, dico tutto.

Casa LaCapa non è un posto in cui ci si stringe e ci si bacia spesso. A Casa LaCapa ci si prende in giro, questo sì. A Casa LaCapa la frase più popolare è «Adesso basta», perché è bene non esagerare. Mai. Non è questione di calcolo, è semplicemente che siamo fatti così. Abbiamo un equilibrio fatto di abbracci solo a Natale e per i compleanni, di mani che non si tengono mai, di confidenze che non ci facciamo. Del resto, poi i casi l’uno dell’altra li conosciamo. Almeno quelli che è importante sapere.

Padre e Fratello, forse per il fatto che sono uomini e gli uomini sono duri, sono i più imperturbabili. Non fanno una piega quasi mai. Tranne che quando litigano tra loro, e si urlano contro, e diventano rossi rossi e li vedi, uguali come sono uguali Padre e Fratello, a fare a gara a chi grida più forte. Padre e Fratello non sai mai cosa passa loro per la testa. Hanno una passione tutta particolare per il «fatti i fatti tuoi» nelle sue più varie declinazioni. E i fatti tuoi non sono mai parte dei fatti loro, neanche se ti riguardano, neanche se vuoi sapere per il piacere di sapere e non per dire chissà che.

Tra loro, però, si capiscono. Parlano un’altra lingua, ma si capiscono. Li osservavo l’altro ieri, mentre cercavano tutt’e due di trattenere le lacrime nel corso di una brutta giornata. Erano là che non dicevano niente, mentre famiglia LaCapa annegava in una bolla senza rumori. Poi Padre ha lanciato le chiavi della sua macchina – storicamente intoccabile – a Fratello.

«Tieni, guida tu»
«No»
«Dai, almeno spostala, portala al cancello»
«Non c’ho voglia, oggi guida tu»

E si davano delle pacche sulle spalle. Secondo me non se ne sono neanche accorti, ma si mantenevano a distanza di sicurezza, e non si guardavano in faccia. Ma avevano le mani sulle spalle l’uno dell’altro. Poteva sembrare che stessero discutendo di una cosa futile. In realtà, però, avevano trovato un modo per aggirare la regola non scritta del silenzio. E io un pochino li ho invidiati.

Piccolo trattato sul groupismo

marzo9

Madre quando m’ha fatta, m’ha fatta groupie. M’ha fatta bisognosa di modelli di riferimento, m’ha fatta tifosa, m’ha fatta così scema da credere che in tutto quello che non sono i sentimenti esistano il bianco e il nero, cioè il buono e il cattivo, sempre. Madre m’ha fatta facile allo sbrilluccichio degli occhi e al sorriso inebetito. Banalmente, Madre m’ha fatta cretina.

Forse è cominciato tutto la prima volta che Madre mi ha zittita perché alla radio passavano Claudio Baglioni. Forse è stato perché i racconti di quando a famiglia LaCapa è stata rubata una Fiat Cinquecento cominciano tutti con «Non lo dimenticherò mai, è stato il giorno che è morto Freddie Mercury». Forse è stato quel biglietto per un concerto degli 883 che mi è stato regalato da non mi ricordo più chi, dopo il concerto – quindi usato, ovviamente – che ho tenuto nel diario di scuola per tutti gli anni delle elementari.

Forse sono state tutte queste cose insieme, però il risultato inevitabile è che il groupismo mi scorre nelle vene come il sangue e la birra. Probabilmente ho capito cosa fosse questa tendenza a strapparmi i capelli la volta che ho visto «Almost famous» e ho scoperto che c’era gente che faceva roba ben diversa dal mio innocente imparare a memoria testi e biografie. Ma questo non mi ha fermata. Ho continuato a cercarmi idoli da difendere a spada tratta, idoli che non mi avrebbero mai delusa, per via delle loro indiscusse e indiscutibili qualità.

Ho cominciato con la musica, perché tutte le groupie iniziano con la musica. Fu facile, facilissimo per quanto mi riguarda. Il mio cuore ha battuto al ritmo di due artisti, profondamente diversi l’uno dall’altro. In ordine di fanatismo, il primo fu Billie Joe Armstrong, l’uomo universalmente riconosciuto come «un tipo». Avevo quindici anni, in tv esisteva solo Mtv (anche e soprattutto per via dell’inglese, per cui se dicevano le parolacce mia madre non lo capiva e non mi intimava di spegnere) e la mia cultura musicale praticamente non esisteva. C’erano i cantautori italiani, certo. C’erano i Queen, grazie a dio. C’erano i Dire Staits, grazie a Padre. Ma erano cose che avevo imparato di riflesso, cose che credevo mi piacessero perché non conoscevo altro. E i miei genitori erano talmente contrari all’uso di internet — con gli annessi metodi illegali per scroccare musica — che il mio primo vero computer – quello dal quale vi scrivo – è stato il regalo per i miei diciannove anni e l’iscrizione all’università. In quell’adolescenza senza note, entrò dalla porta della televisione «American idiot» dei Green Day. Neanche con il disco intero, con «Boulevard of broken dreams», nel cui video il caro frontman somigliava così tanto a quel ragazzo per il quale aveva una cotta Miamiglioreamica.

Da quella scoperta in poi, ogni centesimo lo mettevo da parte per andare in quel negozio di dischi in centro e collezionare la discografia intera di quei quarantenni di Berkeley. E siccome io e Miamiglioreamica eravamo (e siamo) povere entrambe, avevamo deciso di fare che una volta il cd lo comprava lei e la volta successiva io, così la discografia l’avevamo, però metà l’una e metà l’altra. Da «Boulevard of broken dreams» in poi, mi affannavo sulle strade del groupismo come una pietra che rotola. Incontrare Èsolounamico fu una manna dal cielo. Per molte ragioni, tra le quali il fatto che compilavo lunghissime liste di canzoni che avrei tanto sognato, e lui me le tirava giù da internet, una dopo l’altra, e me le metteva in bellissime compilation per le quali ancora gli sono grata. Senza di lui non saprei niente dei Metallica, degli Stone Roses, dei Prodigy, degli Oasis, dei Rolling Stones, di Bruce Springsteen, degli Eagles, dei Social Distorsion, dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin e di chissà quanta altra splendida musica oltre a quella che ho qui elencato a caso, in ordine non di preferenza ma di illuminazione.

Quando credevo di avere una solida conoscenza della musica del mondo alle spalle, sono arrivata alla mia prima importantissima conclusione: l’esterofilia a tutti i costi è una stupidaggine. C’è gente che suona roba orrenda anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma soprattutto in Germania. Da cui, la mia seconda conclusione: con tutta la musica che avevo sentito, con tutti i cd che Èsolounamico mi aveva masterizzato, c’era una sola canzone che mi faceva piangere ogni singola volta che l’ascoltavo. Ed era una canzone di quelle che, nella mia fase-Mtv, credevo mi piacesse solo perché faceva parte del mio ristretto bagaglio musicale pre-scuolesuperiori e pre-Greenday. Era «Il mostro» di Samuele Bersani, contenuta in un cd che il fidanzatino di Sorella ai tempi del liceo le aveva regalato. Dentro c’era quasi esclusivamente Jovanotti. Ogni tanto faceva capolino Max Gazzè. E poi, trac!, «Il mostro» di Samuele Bersani. Che mi ricordava quand’ero piccolina, perché a Madre piaceva e ogni volta che capitava in radio faceva silenzio per sentirne le parole.

Samuele Bersani, nome in codice «l’uomo della mia vita», ha in sé tutto quello che ho sempre sognato da un idolo. In primo luogo, sembra uno sfigato. Tu guardi Samuele Bersani e non pensi «oh, questo qua doveva essere uno che nei corridoi di scuola aveva la fila dietro». Tu guardi Samuele Bersani e pensi che quello là era uno timido, di quelli che arrossiscono, di quelli che hanno un mondo tutto loro, di quelli che il loro mondo se lo coltivano come un orto in giardino. Poi non ha nemmeno un vocione. È uno di quelli che ogni tanto una stecca la prende. Però deve avere qualcosa in quelle mani e in quella testa, deve esserci qualcosa dietro quegli occhiali spessi come fondi di bottiglie, perché ha scritto «Il mostro». E quello che secondo me è il suo più grande capolavoro in una produzione di capolavori è pure il primo brano che abbia messo giù, e trovatemene un altro che abbia fatto un numero simile, su.

Samuele Bersani me lo sono trovata davanti due volte. Ed entrambe le volte non sono riuscita a dire mezza parola, impegnata com’ero a chiedermi se stava pensando che avessi una faccia da completa deficiente. Però amo spesso dire che il giorno che riuscirò a intervistarlo sarà il giorno in cui avrò realizzato uno dei sogni della mia vita. E amo spesso dire anche che non vorrei fare un’intervista qualsiasi, un’intervista da «signor Bersani, allora, ci racconti qualcosa di questo nuovo album». No. Io vorrei fare un’intervista alla Oscar Firmian a Evander Deltoid, per intenderci. E se non mi intendete è perché sto citando «Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile», un libro di Enrico Brizzi talmente sottovalutato che l’abbiamo letto solo io, lui e sua madre. E nessuno di noi tre s’è preso la briga di creare una pagina Wikipedia che ne riportasse almeno la trama. Ma dicevo, un’intervista da divano di casa e chiacchiere, da «vuoi un tè? Quanto zucchero? Comunque, ti dicevo di quella volta che eravamo io e Lucio Dalla e la mia ex fidanzata mi aveva appena lasciato per mettersi con un agente immobiliare».

Crescendo, però, capita che una scopra anche nuovi tipi di groupismo. Il groupismo politico, per dire, affonda le sue radici in una vuota assemblea d’istituto sulla legalizzazione delle droghe leggere. C’era questo tizio del collettivo, pallido come se fosse malato di tisi, con gli occhi azzurri e quasi trasparenti, e la zeppola. Tutti inequivocabili segnali di bruttezza. Naturalmente, avevo una cotta per lui. E mentre i relatori di questa assemblea dicevano il loro conservatorissimo punto di vista, io mi fingevo interessata, perché volevo essere una ragazza interessata alle cose del mondo. E poi, giuro, anche perché le assemblee d’istituto in teoria erano delle cose didattiche, e non mi sembrava corretto sfruttarle per non andare a scuola e basta. Comunque, intorno alla fine di questa assemblea, quando ormai erano più i relatori che gli ascoltatori, il Tisico del collettivo si alza in piedi, e prende il microfono: «Mi pare che qua tutte le motivazioni contro la legalizzazione delle droghe leggere si limitino a “poi il passaggio alle droghe pesanti è naturale”. Il che sarebbe come dire che un bambino di sei anni fa l’altalena, gli piace, gli piace tanto, e siccome prova piacere subito dopo passa all’autoerotismo perché il piacere di prima non gli basta più». Non era la frase in sé, era il fatto che l’avesse detta davanti ai professori, e perfino davanti a un prete. Ho applaudito fortissimo. Forse il fatto che io non mi perda neanche un talk show politico parte da quel momento là. O forse dal fatto che i cortei e le manifestazioni in piazza mi piacciono tantissimo. O forse dal fatto che la politica è uno degli argomenti in cui è più facile fare i tifosi, cosa che mi riesce benissimo e che rende evidente la mia profondissima superficialità. O forse, possibilità paventata da molti, è solo che siccome mi piace Bersani Samuele, per associazione d’idee e non per altro mi sono presa una cotta immotivata per Bersani Pierluigi.

Per non parlare del groupismo professionale. Il migliore. Un po’ perché tutti gli altri groupismi li guardi da fuori, mentre i groupismi per quelli che fanno il tuo stesso mestiere sono groupismi con cognizione di causa. Giustificati, quasi. Cretinerie legate a «ma come mette le virgole bene» o «certo che deve aver avuto coraggio a tenersi il passaporto nelle mutante per tutto quel tempo» oppure «guarda come presenta i servizi come se facessero schifo tutti tranne che lui» o anche «quando si riavvia il ciuffo grigio vorrei essere la sua parrucchiera».

Ogni tanto, a guardarmi da fuori, sono indecisa se provare tenerezza o pena per me stessa. Non ho ancora deciso. Come ero indecisa qualche giorno fa su come comportarmi con la sorella decenne di Miamiglioreamica. Ero a casa di lei, stavo tentando di studiare, e questa bambina che conosco da appena nata o quasi è venuta verso di me con un foglio di carta e un pennarello. «Mi fai un autografo?», mi ha chiesto. «Che?», ho domandato. «Un autografo» «E perché?» «Perché sei famosa» «Io?» «Sì» «E chi te l’ha detto?» «L’altro giorno ti ho vista in tv» «A me?». A quel punto ho capito che dovevano aver mandato una replica della cosa peggiore che io abbia mai fatto, dell’orrendo intervento in una altrettanto orrenda trasmissione. «Senti, sorella decenne, ma poi con la mia firma che ci fai?» «La faccio vedere a scuola, così tutti sanno che ti conosco». Miamiglioreamica mi guardava – sadica – con l’espressione di chi vuol vedere come risolvi un problema grosso come un elefante. «Io adesso devo andare a casa e comunque non so scrivere coi pennarelli, facciamo che l’autografo te lo faccio la prossima volta?» «Mhhhh» «Te lo prometto, te lo faccio la prossima volta» «Va bene». «Sei una celebrità insensibile», ha riso Miamiglioreamica. Ma magari sua sorella cresce meglio di come non sia cresciuta io.

Un giorno di settembre di dieci anni fa

febbraio19

Un giorno di settembre di dieci anni fa stavo camminando per una via del centro. Ero appena uscita da scuola, erano i miei primi giorni alle superiori, ero contentissima, mi sentivo grande. Dovevo perfino prendere un autobus per tornare a casa, la massima indipendenza che potessi immaginare dopo l’avere il motorino. Ero a piedi perché volevo andare ad aspettare il 721 – che piazza Stesicoro arriva a Nesima Superiore – in piazza Santa Maria di Gesù, a due passi dall’istituto tecnico che frequentava un ragazzino che mi piaceva e a cui piacevo quando facevamo le medie, e anche se eravamo in due classi diverse ci eravamo conosciuti in cortile. Mentre pensavo che avevo uno zaino troppo pesante, che faceva troppo caldo, che chissà se lui era ancora là ad aspettarmi, ho visto dall’altra parte della strada un paio di jeans conosciuti.

Erano un paio di jeans larghi in basso – quelli a zampa, avete capito – con delle toppe di velluto in varie declinazioni di marrone. Erano un po’ scuciti, avevano qualche buco creato ad hoc. Erano i jeans di quella mia nuova compagna di classe di cui non ricordavo il nome, quella seduta dall’altra parte dell’aula, che quel giorno mi era passata accanto e io avevo guardato quei jeans e avevo pensato, tra me e me, «ammazza quanto sono brutti». Con lei non avevo ancora mai parlato. Perché erano proprio i primi giorni, non sapevo come comportarmi e mi sembrava naturale che la mia compagna di banco – anche lei conosciuta da meno di qualche settimana – fosse la mia spalla. Sono passati dieci anni, ma la mia reazione nel riconoscere quei jeans la ricordo molto bene: imbarazzo. Ho sperato che non mi vedesse o, al limite, che non mi riconoscesse. Perché altrimenti la cortesia ci avrebbe imposto di fare un pezzo di strada vicine, di chiacchierare, e se poi non avessimo avuto niente da dirci? O ci fossimo trovate terribilmente antipatiche? E se lei avesse pensato che fossi scema?

Ho fatto il resto della strada a testa bassa, poi mi sono fermata davanti quell’istituto tecnico, ho incontrato A. e non ci ho più pensato. Fino all’indomani mattina. Ero entrata nel cortile di scuola, clamorosamente puntuale, e questa tizia mi s’è avvicinata e m’ha chiesto: «Eri tu ieri vicino piazza Santa Maria di Gesù, a piedi?». «Sì, e allora quell’altra eri tu? Sai, pensavo che non mi avessi riconosciuta» «E io ho pensato lo stesso, per questo non ho attraversato» «Sì, stessi pensieri» «L’hai fatta la matematica?» «No, e tu?» «Neanche». Quando siamo entrate in classe ho fatto attenzione all’appello, dovevo ricordarmi quel nome, che poi era subito dopo il mio, ma ancora non lo sapevo.

Del rapporto che negli anni è venuto fuori con questa tizia, mi ricordo alcuni momenti. Tipo una telefonata in cui le dicevo che del fatto che i miei genitori non mi facessero uscire di sera mi pesava l’idea di perdere dei pezzi, di non potermi fare degli amici perché in classe di che si vuole parlare? La vita era fuori e mentre gli altri la vivevano Padre mi diceva che ero ancora troppo piccola per uscire la sera. Oppure ricordo quel ragazzo che ci provava con lei, al mare, e le disse: «Hai gli occhi così belli, tipo verde bosco…». Lei gli scoppiò a ridere in faccia, corse da me e mi raccontò: «Ma l’hai sentito? Gli occhi verde bosco, io! Ma poi, “verde bosco”». O di quell’unica volta in cui prendemmo l’autobus insieme senza biglietto e scoppiammo a piangere davanti al controllore implorandolo di non farci la multa perché non sapevamo come dirlo ai nostri genitori.

Io da adolescente ero noiosa tanto quanto lo sono adesso. Odiavo andare in discoteca, soprattutto in quelle discoteche frequentate dai miei compagni di scuola, con l’obbligo dell’abitino e dei tacchi, l’ingresso in lista e i giovani rappresentanti d’istituto a vendere prevendite con sorrisi smaglianti. Avevo una cotta per uno di loro. Fascista. Che dio mi perdoni, avevo una cotta per un ragazzino che stimava Mussolini (qualche anno dopo replicai la cotta – stavolta ricambiata – con uno che aveva comprato su internet una maglietta con la faccia di Che Guevara e la croce celtica sovrimpressa a mo’ di mirino – tipo così – ma per fortuna mi annoiai dopo le prime tre citazioni di Vasco Rossi – immaginate la noia di leggere sms del tenore di «sei fresca come l’aria, sei la mia alba chiara»). Comunque, dicevo, avevo questa cotta e questa ragazza, quella dei jeans, aveva un’altra cotta, per un altro giovane rappresentante d’istituto. Andare in discoteca alla serata organizzata da loro era una specie di obbligo. Cominciai a pregare i miei genitori di darmi il permesso mesi prima, ottenuto il loro consenso comprai un vestitino e delle scarpe col tacco, mi misi perfino a dieta per sembrare più carina. Quella sera, tirata a lucido come poche altre volte, il tipo per cui avevo una cotta mi guardò e sorrise: «LaCapa, sei splendida». Col senno di poi, scommetto che l’ha detto a tutte quelle che ha incontrato, ma io ero contenta così. «Oddio, oddio, oddio – ero emozionatissima – mi ha detto che sono “splendida”. Proprio “splendida”. Non ha detto “carina”, o “simpatica”, o “questo vestito ti dona”, ha detto che sono “splendida”». Lei quasi non mi ascoltava, aveva il suo bel da fare, impegnata com’era a tentare di farsi notare dalla sua cotta, che la guardava e le sorrideva. Quando si è avvicinato per parlarle, lei ha iniziato a giocare nervosamente con la sua collana, un aggeggio Breil molto di moda, all’epoca.

Un’ora più tardi, le cotte mia e sua trascorrevano la loro serata senza degnarci della benché minima attenzione. E io e lei ballavamo musica dance in mezzo a mille altre persone, controllando l’orologio perché a mezzanotte dovevamo tornare a casa. Fu durante una canzone della Carrà remixata che la collana molto alla moda con la quale lei armeggiava poco prima esplose, disperdendo i suoi pezzi in giro per la pista da ballo. Io non trattenni una fragorosa risata, nello sguardo di lei si leggeva l’orrore. «Dobbiamo recuperare tutti i pezzi», gridò. In un attimo camminava gattoni tra le gambe di liceali provetti ballerini, impegnata a recuperare le palline metalliche di una collana con cui aveva giocato troppo. Tutti la guardavano incuriositi, lei moriva dall’imbarazzo. «Ti aiuto», feci io. E in un attimo eravamo in due, ginocchioni in un locale fighetto, a urlarci a distanza «Tu striscia di là, io striscio di qua, in dieci minuti ce la facciamo».

Poi ci fu quella volta che la gente credeva che avessimo lo stesso fidanzatino, a sedici anni. Perché a me piaceva S. e a lei piaceva S., solo che erano due S. diversi. Ed eravamo ricambiate. Quindi un sabato pomeriggio io sono uscita con il mio S. e lei è uscita con il suo S.. Ci siamo incontrate ore dopo, per andare a mangiare una pizza con i nostri compagni di classe. Ci avevano accompagnate i due S., inconsapevolmente in contemporanea, e nessuno dei due s’era fatto vedere dagli altri per via dell’imbarazzo. Quando gli amici ci videro arrivare insieme sorridevamo tantissimo. «Che è successo?», domandò Dearfriend Ballerina. «Ehhhh – sospirammo – con  S….». E nessuno capiva.

Uno dopo l’altro, gli anni si sono accumulati. E la tizia coi brutti jeans con le toppe non se n’è mai andata. Perché capita ogni tanto che invece di incontrare un’amica, incontri una che sai che ci potrai contare sempre come se fosse una sorella. Una con cui hai un trascorso di viaggi e di avventure, di racconti e confidenze, di piccole stupidaggini quotidiane. Io e Miamiglioreamica, per esempio, non ci salutiamo, non ci abbracciamo, non stiamo mai troppo vicine. Sono più le volte che ci diamo reciprocamente delle imbecilli che quelle in cui sembriamo due persone che da dieci anni si raccontano il giorno e la notte. Alcuni anni fa abbiamo pensato di perderci. Abbiamo creduto che con l’università e tutto il resto la vita ci avrebbe allontanate senza chiederci il permesso. Sarebbe stato normale.

Però non è successo. E oggi che Miamiglioreamica, la mia migliore amica, si laurea un po’ sono felice per lei. E un po’, soprattutto, sono fiera di lei. Perché è in gamba, perché si merita mille successi, perché sono certa che li avrà. E perché le voglio un gran bene, anche se glielo dico una volta all’anno se è fortunata.

Il peggio di me

gennaio18

Quando andavo al liceo ci tenevo moltissimo a dimostrare che non ero una ragazza come tutte le altre. Miamiglioreamica diceva che eravamo le persone più ciniche che lei conoscesse, e con Èsolounamico passavamo interminabili pomeriggi a discutere di musica – partendo da Samuele Bersani a Fabrizio De André, arrivando fino ai Metallica – sentendoci migliori (sì, migliori, anche se all’epoca non avremmo mai avuto il coraggio di ammetterlo) della maggior parte dei nostri compagni di scuola.

La verità, però, era ben diversa. Io ero un’adolescente del tutto nella media. Guardavo Friends e Dawson’s creek alla tv, credevo che lo Stefano Accorsi de «L’ultimo bacio» fosse l’uomo perfetto (sì, lui, quello che tradisce la Giovanna Mezzogiorno più bella di sempre, quello che ha bisogno di perdere le cose per scoprire quanto ci tiene – che cliché!, quello che adesso se lo incontrassi gli spezzerei le gambe con una mazza chiodata), chiedevo a mia madre in regalo i cd di Robbie Williams e mettevo da parte i centesimi per comprare da sola gli album dei Green day nel negozio di dischi in centro con Miamiglioreamica, indossavo t-shirt dei Queen e studiavo a memoria le puntate dei Simpson, per citarle in scioltezza meglio di qualunque brano di letteratura italiana. Ero banale, normale. Ma le cose di cui sopra non le avrei rivelate neanche sotto tortura.

Siccome i miei genitori trovavano giusto che io passassi i miei sabato sera in casa, la prima volta che sono uscita con gli amici avevo sedici anni passati da un bel po’ e il coprifuoco a mezzanotte. E, visto che tutti quelli che conoscevo non si facevano vedere in giro prima delle dieci e mezza ma Padre non mi accompagnava più tardi delle nove, c’erano sere (una volta ogni due mesi, questa era la libertà che mi era concessa, vincolata ai voti nei compiti in classe di latino, greco e matematica) in cui passavo ore a camminare da sola per la città aspettando e sperando che qualcuno arrivasse in anticipo, o che nessuno mi vedesse da sola (perché poi avrebbero pensato che ero una sfigata, e una con la cintura nera con le borchie come me non poteva dare l’impressione di essere una sfigata). Avrei risolto un sacco di problemi se Sorella fosse stata mia complice e si fosse detta disponibile, almeno ogni tanto, a darmi un passaggio lei. Ma Sorella ormai la conoscete anche voi, quindi potete facilmente immaginare che una gentilezza di quel genere non me l’ha mai usata.

Forse è per questo che quando ho scoperto un po’ di libertà, quando mi hanno permesso di andare un po’ più lontano (la commozione quando ho preso in mano la mia patente è un bel ricordo) ho fatto tutto quello che credevo di essermi persa prima. Come i bambini a cui viene vietato il cioccolato e che un giorno trovano un barattolo di Nutella incustodito, lo svuotano tutto, fino all’ultimo cucchiaino, e poi si rotolano nel letto per il mal di pancia. «Abbiamo giocato abbastanza», mi ha detto Dearfriend Ballerina qualche sera fa. Eravamo sdraiate su un letto, poco prima di andare a dormire. E chiacchieravamo. Ricordavamo alcune delle cose che hanno fatto parte del nostro passato. A sentirci raccontare da fuori saremmo sembrate due quarantenni con un sacco di vita alle spalle. «Che casino», le ho detto parecchie chiacchiere dopo. Perché da un certo momento in poi, è sempre stato tutto un casino. Come un quaderno che parte con l’essere ordinatissimo e poi si riempie di scarabocchi e orecchioni sugli angoli.

Io – che prima facevo finta di essere dolcemente complicata ma ero lineare come un’autostrada tedesca – ora sono piena di scarabocchi e orecchioni sugli angoli (a parte che le orecchie a sventola ce le ho davvero, ma vabbè). Bevo troppo, mangio di più, sono disordinata, ho serie difficoltà a gestire le relazioni personali, non so stirare e chissà quanta altra roba brutta che in questo momento non mi viene in mente. Se fossi un altro, io mi starei lontanissima. Parlando con Dearfriend Ballerina ho contato uno dopo l’altro i cambiamenti e le assurdità in cui ho nuotato, ho elencato le situazioni che ho guardato da lontano e che ho vissuto di riflesso ma da molto vicino. «Quando eravamo piccole – mi ha detto lei – non avrei mai immaginato che poi ci saremmo ritrovate così». Alcuni minuti dopo, ci siamo date la buonanotte. Io non ho chiuso occhio per un po’. Ho pensato alla sua frase, al «così» di quell’ «esserci ritrovate così». Ho realizzato, prima che le pillole di valeriana, melissa e qualcos’altro facessero effetto, che quello che è rimasto di me è il peggio.

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Segmenti rossi e segmenti verdi

dicembre31

Ogni volta che una mia storia è finita c’era sempre qualcosa che mi confortava. Perché il fatto di essermi messa con uomini che sin dall’inizio avevano mille problemi col concetto di «nuova relazione» mi esonerava da qualunque senso di colpa. Il Parolaio l’avevo tirato via a un’altra, mica dovevo stupirmi se poi lui pensandoci bene preferiva tornare indietro piuttosto che guardare avanti. Monsieur Déjà vu era nella sua fase di transizione post fidanzata troppo presente: ero il cuscinetto su cui appoggiarsi per dimenticare e prepararsi ad andare oltre. Lo sapevo all’inizio e lo sapevo quando mi ha lasciata. In questi casi, i vari «non sei tu, sono io» hanno un fondo di verità. Per innamorarti devi avere il cuore predisposto. E in alcuni momenti della vita, di predisposto non c’è nulla. È la mia teoria dei segmenti, frutto di quelle quattro conoscenze di geometria che mi sono rimaste.

Se la vita è un segmento molto lungo che inizia da una parte e finisce in un altro posto ancora, dobbiamo ammettere che al suo interno ci siano altri segmenti. Più o meno lunghi, più o meno colorati. Dopo un segmento rosso d’amore e passione, di solito ce n’è uno verde di frivolezze e giochi. La durata del segmento verde è variabile quasi quanto la durata di quello rosso, però, se c’è una cosa di cui sono certa, è che si alternano con precisione disarmante. Un segmento rosso non viene mai dopo un altro segmento rosso. Il cuore non lo reggerebbe. Nei momenti tinti di verde, il cuore è in vacanza, seduto a bordo piscina con un cocktail in mano.

Però, la volta che il tuo segmento verde e il segmento verde di qualcun altro arrivano alla fine contemporaneamente, e vi incontrate proprio quando inizia quello rosso, quella volta di solito è una cosa bella. Bella da far brillare gli occhi. Mi è capitato una volta sola e uguale identico non mi succederà mai più. Per restare in geometria, era come il cerchio che diventava quadrato. Era l’inizio di un anno, era l’inizio di una clamorosa botta di culo.

La cosa brutta di quando qualcuno – tu, l’altro, la sfiga – decide che il segmento rosso è finito è che non c’è niente di confortante. Succede che la ragione sia «Non ti amo più». E se, per esempio, prima di lui non t’eri mai sentita dire «ti amo» il suono di quelle quattro parole con la negazione davanti è inedito e inaspettato. Io, tipo, per capire cosa significasse ci ho messo un po’. Non l’ho capito nemmeno subito, ho avuto bisogno di elaborarlo. «Non ti amo più» ha iniziato a ronzarmi nelle orecchie come una zanzara di dicembre. «Non ti amo più» e all’improvviso non avevo nessuna consolazione, né possibilità di fuga dalla verità. Non avevo niente che mi facesse da copertina di Linus, nessun bastone a cui appoggiarmi. Adesso quel «Non ti amo più» ce l’ho davanti agli occhi e chissà per quanto ancora starà lì. Ci finirò un anno e ce ne inizierò uno nuovo. Ma, alla fine, passerà. Come, dove e quando non voglio nemmeno saperlo. Non ho alcuna voglia di rovinarmi la sorpresa.

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