La Compagnia Di Pulizie |

Siediti qui

Stavo per scrivere un post in cui il mio blog se la prendeva con me. Usavo una quantità di figure retoriche da paura per farmi rimproverare da un url. Dopo quattro righe ho cominciato — giustamente — a sentirmi ridicola e ho cancellato tutto. Però mi sembrava scorretto non darvi notizia di questa cosa che ho fatto: sono rientrata nel gestionale di questo posto, ho aperto l’editor, ho pensato addirittura di potermi mettere a scrivere qualcosa. Mi è parsa una specie di rivoluzione. Mi sono anche commossa, vi dirò, ma credo che sia stato colpa degli ormoni da femmina e basta.

Non significa che io abbia intenzione di tornare. Francamente, ogni volta che mi viene in mente un post, quello dopo un po’ prende una piega talmente stracciamaroni che mi fa passare tutta la voglia di buttarlo giù. E figuriamoci se voi lo leggereste. Però, ecco, magari, a poco a poco, con calma e senza spingere, due parole ogni tanto ve le scrivo. Perché, al di là di tutto, non so se avete notato una cosa: l’unico post del 2014 parlava di attività fisica, magrezza, cioccolata e futilità. Non potevo certo lasciarvi nella convinzione che io fossi cambiata così tanto. Non potevo certo farvi credere di essere diventata così diversa da quella che avete imparato a conoscere. State tranquilli, respirate: no, non mi sono trasformata in una persona atletica.

Di quest’altra volta che ho deciso di mettermi in forma

Ho di nuovo deciso che sono grassa. In realtà, è una decisione che prendo periodicamente, perché ho abbastanza buonsenso da essere obiettiva in merito al mio aspetto. Per esempio: so di avere i capelli disordinati e non particolarmente piacevoli da guardare, so di avere il viso troppo irregolare per apparire bello, so di non essere fotogenica e so di avere un brutto sedere. So anche di non avere una figura slanciata e di peggiorare la situazione con il mio abbigliamento. Ma con queste cose fai i conti quando hai sedici anni, poi da grande te ne fai una ragione e passi oltre, tentando di non peggiorare oltremodo una situazione che Madre Natura non ha reso delle più favorevoli.

Un bel po’ di tempo fa, io e Monsieur Déjàvu ci siamo visti per uno dei nostri soliti appuntamenti di chiacchiere. Non che d’abitudine lui faccia commenti sul mio aspetto, ma quando un uomo che non vedi da tanto tempo non ti dice nemmeno un banale «Ti trovo bene» allora vuol dire che ti trova malissimo. Il di lui silenzio era stato debitamente eloquente. Alcuni mesi dopo, nel corso di un altro dei nostri appuntamenti di chiacchiere Monsieur Déjàvu l’ha ammesso: «LaCapa, eri grassissima. Non t’ho voluto dire niente per non offenderti, ma quei jeans che ti stavano stretti… Insomma, eri un bove». Per fortuna, lo sapevo benissimo. Altrimenti, un commento del genere avrebbe distrutto la mia autostima. «Adesso no – ha continuato quella volta – adesso va un pochino meglio». In occasione dell’incontro successivo, la mia trasformazione era completata: «LaCapa, sei in gran forma!», ha detto. E io potevo smettere di sudare freddo: ero tornata decente.

Adesso, anche senza il confronto con il più sincero dei miei ex, so di essere di nuovo in una fase calante. Per questo ho deciso di porre rimedio alla rotondità nel modo più semplice ed economico che conosco: andando a correre. La corsa è la consolazione degli anti-atleti, il placebo dei flaccidi, la vergognosa risposta dei pigri alla propria decadenza muscolare. La corsa è, ben più che la dieta (e la dieta, signori miei, è possibile solo se vostra madre non è Madre), pubblica dichiarazione di disperazione.

Martedì scorso ho aperto il mio armadio e ho cercato una tuta. Ho proprio avuto bisogno di arrivare in fondo, nei meandri dei miei abiti, per trovare un paio di pantaloni grigi della Nike comprati al primo anno delle superiori in un negozio che è fallito l’anno scorso (inteso come 2013). Ho recuperato una maglietta da casa, di quelle che usi quando vuoi fare le pulizie in pieno stile Cenerentola, ho cercato – senza trovarne – delle scarpe da ginnastica diverse dalle Converse, e ho scaricato sul mio smartphone un’applicazione che ti dice quante calorie bruci in quanto tempo, ti incita a fare meglio e ti rimprovera se fai troppo schifo. Armata di auricolari e Spotify, sono andata a correre in un boschetto a due passi dal mare. Incurante del fatto che l’allergia mi stava uccidendo, senza pensare all’asma e a tutto quel polline che mi vorticava addosso, ho corso due chilometri e mezzo. Poi sono morta. E con «morta» intendo che ho faticato pure ad arrivare alla macchina senza stramazzare esanime al suolo.

Il risultato che ho messo in saccoccia era un disastro: sette chilometri orari, solo centosessantuno chilocalorie bruciate (due Fiordifragola, praticamente) e un grave imbarazzo. Intenzionata a non mollare, il giorno dopo ho fatto passare un pigiama di Tezenis per una tuta e sono tornata nello stesso boschetto. Dopo due chilometri e nove grondavo sudore e non avevo il fiato neanche per maledire la cellulite. Il terzo giorno, quando la vocina dell’applicazione ha annunciato i tre chilometri ho sentito distintamente la musichetta che parte quando uno taglia un traguardo importante, mi sono vista con le goccioline di sudore illuminate da luce divina, impegnata a correre su Converse alate che neanche Mercurio, il messaggero degli dèi. Mi sono detta: «Non posso fermarmi adesso, posso continuare, posso migliorare ancora». Quando mi sono accasciata su una panchina, valutando l’ipotesi di non alzarmi mai più, credevo di aver fatto altri miliardi di chilometri: erano cento metri. Ma io ero felice.

In pieno delirio di onnipotenza ho deciso di darmi degli obiettivi: quattro chilometri, cinque chilometri, dieci chilometri. Una volta che avevo fatto quei primi tre, chi avrebbe potuto fermarmi? Chi avrebbe potuto frapporsi fra me e un fisico asciutto? Chi, sul serio, chi avrebbe potuto interrompere la mia trasformazione in una donna in forma? La risposta l’ho avuta chiara in occasione dell’allenamento successivo: il mio corpo. Ho guadagnato i due chilometri con estrema difficoltà, fino a due chilometri e quattro ho arrancato, ho aggiunto cento metri fissando l’applicazione, implorandola di mandare avanti più velocemente quei numeretti. Per un attimo ho sperato anche che il solito molestatore del boschetto – un ragazzotto poco più che ventenne che mi usa la cortesia di approcciarmi in modo più o meno fastidioso ogni volta che ne ha l’occasione – cominciasse a corrermi dietro come al solito, giusto affinché mi facesse da stimolo ad andare più veloce. E invece niente, neanche lui quel giorno aveva deciso di aiutarmi a non mollare.

Così ho chiuso la sessione col risultato peggiore di sempre. Per tentare di tamponare la sensazione di fallimento, mi sono ammazzata di addominali. Finiti quelli, mestamente, sono tornata a casa col mio carico di lardo e inettitudine. «Domani farò meglio», mi sono detta. Era la scorsa settimana e la mia applicazione mi rimprovera perché da allora a correre non ci sono andata più. «Lunedì ricomincio», mi sono ripromessa, sognando, finalmente, un’estate in cui non dovessi vergognarmi di mettermi in costume da bagno. Ma si sa: la strada per la magrezza è lastricata di barrette al cioccolato.

Esci e accedi con un altro account

Qualche giorno fa dovevo lavorare e non ero a casa mia. Avevo davanti un Mac, e non era mio neanche quello. Dovevo aprire Gmail e sapevo che mi sarei trovata davanti le email di qualcun altro, sapevo che avrei avuto a mia disposizione la corrispondenza privata di una persona a cui tengo e che mi piacerebbe tenesse a me. Era un déjà vu. Mi era già capitato. Quell’altra volta ho fatto una cosa di cui non vado fiera: ho letto quelle email. Anzi, ho cercato tra quelle email. Ho cercato la parola «Fidanzata» sperando di leggere qualcosa tipo: «Sono molto innamorato della mia fidanzata». Invece ho trovato messaggi di altro tenore, sintetizzabili in «Ma tu non hai una fidanzata?» «Non è un problema». Ho chiuso il computer, ho pianto per ore e poi ho deciso di stare zitta. Mi vergognavo troppo per il mio comportamento. Lo trovavo (e lo trovo ancora) più grave di un tradimento. E la vergogna era più forte della rabbia per quel flirt che non avevo idea – all’epoca – se fosse mai stato consumato.

Quindi avevo questo Macbook Air con tutti gli account impostati, lì a mia disposizione. Facebook, Skype, la posta. Tutto. Ed ero terrorizzata. Se in quella stanza ci fosse stato qualcuno mi avrebbe vista fare i logout col viso girato dall’altra parte, intenta a guardare lo stretto indispensabile per uscire. Avrei voluto poter applicare ai miei occhiali quel filtro di Instagram che sfoca tutto tranne quello che decidi tu. Avrei voluto che le altre lettere si sciogliessero e che su quello schermo l’unica cosa leggibile fosse «Esci e accedi con un altro account». Quando ho chiuso tutto, quando tutti i Facebook e i Gmail e gli Skype erano stati disconnessi ho tirato un sospiro di sollievo. «Menomale – ho pensato – adesso non posso più rischiare di leggere niente di brutto».

Il fatto è che il 2013 l’ho passato a mandare giù bocconi amari. Di mese in mese, l’unica costante di quest’anno è stata la sua pesantezza. Mi sono svegliata la mattina sperando che le giornate fossero meno brutte. Non osavo neanche sperare che fossero buone. È stato difficile. L’università, l’amore, la vita, l’insonnia, il lavoro, le speranze, le ambizioni, Cane, Vanda la Panda. Tutto quello che poteva andare male o avere un risvolto negativo andava male e aveva quel risvolto negativo là. Anche se c’era un solo risvolto negativo a fronte di milioni di risvolti positivi non importava. Quell’unica possibilità di merda aveva la meglio su tutta l’altra gioia probabile. Nel 2013 ho versato una quantità di lacrime che nemmeno credevo si potesse versare, mi sono sentita sconfitta, persa, amareggiata e abbandonata.

A un certo punto ho cominciato a uscirne, mi sono accorta che stava andando meglio. Che tutte quelle mazzate sui denti si erano trasformate in una specie di senso di onnipotenza. Qualcosa tipo: «Vabbè, tanto ormai che hai da perdere?». È stato a quel punto che ho ricominciato a guadagnare terreno. Solo che dopo ogni centimetro in avanti vengo trascinata alcuni metri indietro.

Ed è peggio di prima. Perché prima, senza centimetri di felicità rosicchiati con fatica, non avevo niente da perdere. Adesso sì. È incredibile quanto questa cosa ti paralizzi e ti faccia sperare che tutto finisca in fretta. Veloce veloce, prima di aver voglia di non fare logout da un indirizzo email perché non credi più ai vari «A che pensi?» «A niente» «Tutto okay?» «Sì». Non immaginavo che sarei mai diventata come sono diventata, cioè una di quelle che hanno paura pure della propria ombra. Il fatto è che 2013 mi ha fatto scoprire che faccio crack e mi spezzo in un attimo. E che ci sono volte che preferirei lamentarmi per cose che conosco che provarne di nuove e rischiare che mi piacciano davvero.

Un po’ come se mi augurassi che quell’«Esci e accedi con un altro account» fosse un bottoncino da cliccare nella vita vera. Da usare per semplificare le cose complicate. Ma magari, visto che il 2013 mi ha insegnato che ho le ossa di vetro, nel 2014 imparerò a non scappare.